Propaganda di seta: così i giornali italiani cantan lodi a Pechino

In Italia, la Cina non solo fa notizia: fa le notizie. Degli accordi siglati fra le principali agenzie di stampa italiane e quelle del governo cinese non si sa nulla. Ecco una road map per un’informazione più trasparente, e indipendente. Il commento di Laura Harth per Formiche.net

Abbiamo scritto più volte sul ruolo fondamentale dell’informazione per contrastare la crescente influenza e ingerenza del Partito Comunista Cinese nella nostra democrazia italiana. Un’operazione che si è visibilmente ampliata durante la crisi del coronavirus all’inizio di quest’anno.

Mentre una notevole attenzione è stata dedicata all’uso dei nuovi media in queste operazioni, meno attenzione è stata dedicata al settore strategico dei media tradizionali. Questi possono svolgere un ruolo cruciale nel potenziare la guerra di propaganda lanciata sui nuovi media, com’è avvenuto proprio durante la stessa crisi del coronavirus in primavera, o funzionare come un antidoto affidabile per contrastare tali operazioni.

Il 30 settembre, il ministero della Difesa britannico ha pubblicato il suo Integrated Operating Concept 2025, definendo “un nuovo approccio all’utilità della forza armata in un’era di competizione persistente e un carattere di guerra in rapida evoluzione. Rappresenta il cambiamento più significativo nel pensiero militare britannico da diverse generazioni. Porterà a una trasformazione fondamentale dello strumento militare e del modo in cui viene utilizzato.”

Al centro dell’approccio operativo integrato del Regno Unito è il riconoscimento che mentre la natura della guerra rimane una costante, il carattere della guerra sta cambiando rapidamente. Centrale in questo è l’uso e la pervasività della guerra dell’informazione da parte di avversari che non riconoscono lo stato di diritto per “vincere senza combattere: di raggiungere i loro obiettivi rompendo la nostra forza di volontà”, facendo uso di “una serie di strumenti di informazione in espansione, diversificati e in gran parte non regolamentati, per influenzare gli atteggiamenti, le convinzioni e i comportamenti del pubblico, portando le persone a cooperare, consapevolmente o inconsapevolmente, nel minare la democrazia.”

Mentre il documento del Regno Unito è dedicato principalmente a rendere questa intuizione operativa all’interno dello strumento militare, riconosce chiaramente il ruolo centrale per un approccio whole-of-society (che comprende l’intera società), in cui gli strumenti informativi svolgono un ruolo chiave. Questo è in linea con gli appelli che io e altri hanno lanciato più volte agli organi decisionali italiani: la necessità di riconoscere il settore dell’informazione come uno dei – se non IL – settore strategico del futuro.

Come afferma ulteriormente il documento britannico: “La vecchia distinzione tra difesa interna ed estera è sempre più irrilevante. Quando le ‘fake news’ sembrano avere origine non all’estero ma in patria, acquistano credibilità e si amplifica il raggio d’impatto, alimentando confusione, disaccordo, divisione e dubbio nelle nostre società. Ciò è stato particolarmente evidente con il significativo aumento della disinformazione durante la crisi del coronavirus.”

Mentre affrontiamo la seconda ondata della pandemia qui in Europa, mentre i lockdown sono la “nuova normalità”, e mentre i conseguenti problemi economici di un numero sempre maggiore di persone stanno creando crescente sfiducia, divisione e dubbio nelle istituzioni democratiche, l’attrazione del modello autoritario “superiore” propagato dalla Cina sta conquistando terreno su tutta la linea. Il fatto che questo messaggio di propagando – su cui il Partito comunista cinese sta investendo somme ingenti – sia promosso non solo attraverso i nuovi media, ma anche dai media tradizionali italiani (in patria), dovrebbe essere preoccupazione centrale per coloro che rappresentano quelle istituzioni.

Invece, spinto in maniera ideologica dal Movimento 5 Stelle, il disinvestimento statale in questo settore è diventato lo nuovo standard d’oro. L’anno prima dell’arrivo del coronavirus è stato segnato da scontri tra il governo – e in particolare i ministeri tenuti dal Movimento 5 Stelle – e il settore dei media tradizionali. Solo lunghe campagne di un settore unito sono riuscite a recuperare alcuni degli strumenti di finanziamento che mantengono in vita un settore pluralistico, ma questi strumenti sono afflitti da incertezza cronica e tagli continui, che portano a carenza di personale, posizioni altamente precarie soprattutto per i giornalisti giovani e l’esacerbato bisogno di trovare sponsorizzazioni o risparmi esterni.

È in questo contesto che abbiamo assistito a una crescita vertiginosa del numero di accordi bilaterali – e rigorosamente segreti – tra i media italiani e le loro controparti statali cinesi.

Mentre alcuni accordi erano in vigore da diversi anni (ad es. l’agenzia Agi e Xinhua ne avevano uno da oltre dieci anni mentre Ansa ne aveva uno con la stessa Xinhua dal 2017), si è registrata un’incredibile accelerazione nel campo in vista della sottoscrizione del Memorandum of Understanding sulla Belt and Road Initiative tra il governo cinese e quello italiano il 23 marzo 2019.

I primi Mou firmati, infatti, erano proprio nel campo dei media tradizionali, come riporta Il Sole 24 Ore il 20 marzo 2019: “ll presidente cinese Xi Jinping non è ancora decollato dall’aeroporto di Pechino con destinazione Roma per la visita di Stato di due giorni in Italia e già si firmano i primi accordi di collaborazione tra i due Paesi. Ed è proprio il mondo dell’informazione e dei media a dare la stura ai circa 30 deal economici che verranno siglati sabato a Villa Madama tra Xi e il premier italiano Giuseppe Conte.”

Nella stessa giornata si è tenuto al Maxxi un “Dialogo tra Media Cina-Italia” di alto profilo, organizzato da China Media Group in collaborazione con Economic Daily, Class Editori e Il Sole 24 Ore. Tra i relatori all’incontro Jiang Jianguo, vicedirettore del Dipartimento Pubblicità del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Li Ruiyu, Ambasciatore cinese in Italia, Du Zhanyuan, Direttore Generale dell’Amministrazione dell’Editoria Cinese in Lingue Straniere, Vito Crimi, Vice Sottosegretario di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri con responsabilità per l’editoria, e Michele Geraci, Vice Ministro dello Sviluppo Economico italiano e noto come il padre italiano del MOU sulla Belt and Road Initiative.

In data 20/21 marzo 2019 sono stati firmati i seguenti accordi (conosciuti): agenzie di stampa Agi, Ansa e Milano Finanza con Xinhua; quotidiano Il Sole 24 Ore con China Economic Daily; emittenti radiotelevisive Rai e Mediaset con China Media Group (Cmg), la quale ha siglato un ulteriore accordo con Class Editori, holding di diversi quotidiani e periodici oltre a tre canali televisivi su satellite e televisione digitale in Italia.

Il contenuto di questi accordi rimane notoriamente segreto, anche per quelli che riguardano media finanziati come servizio pubblico come la Rai. Abbiamo quindi poca o nessuna idea di quale sia la loro esatta portata, ma sappiamo fin troppo bene che la controparte cinese parla apertamente e ripetutamente dell’uso delle informazioni come una delle sue armi magiche per ottenere un vantaggio strategico.

Indubbiamente, le parole usate da Jiang Jianguo per descrivere gli accordi durante l’evento al Maxxi suoneranno fin troppo familiari a chi studia il Partito comunista cinese ed i suoi metodi. Ha invitato gli operatori del mondo dell’informazione “ad assumersi la responsabilità”, raccomandandoli “di mantenersi ai fatti e di lavorare per far conoscere le realtà di Italia e Cina per migliorare lo sviluppo delle relazioni bilaterali”. Si tratta, secondo lui, di un obiettivo comune che può essere perseguito promuovendo gli scambi sia sui media tradizionali che sui nuovi media, “avanzando insieme sulla via dello sviluppo”.

E per chi non segue regolarmente gli sviluppi in Cina, come intende il PCC quel mantenersi ai fatti, basti guardare esempi come quella del giornalista australiano Matthew Carney che ha rivelato che le autorità cinesi lo hanno minacciato di deportare la sua figlia di 14 anni in un luogo segreto prima di costringerlo a lasciare il Paese, perché aveva riportato le notizie – che Pechino nega – circa gli abusi nei campi di internamento ed educazione forzato nello Xinjiang. Notizie che evidentemente non hanno luogo di esistere nel comune avanzamento sulla via dello sviluppo cinese.

Alcune altre indicazioni sul contenuto degli accordi possono essere della Settimana della TV cinese il 21 marzo dell’anno scorso da Rai, Mediaset e Class Editori, durante la quale sono stati trasmessi venti lungometraggi, documentari e serie tv selezionate da Cmg, tra cui la versione italiana delle Citazioni letterarie di Xi Jinping. O il già citato articolo sull’evidente sovracopertura degli “aiuti” dello Stato cinesi all’Italia – e significativa sottocopertura degli aiuti veri da parte dei paesi alleati – durante i primi mesi della crisi del coronavirus sulle reti televisive italiane. E che dire della copertura della pandemia dalla Cina sul canale Tgcom24 di Mediaset, dove Liu Pai, responsabile del dipartimento di lingua italiana di Cmg, è diventato un ospite fisso, operando quasi come corrispondente del canale.

Indicativo da questo punto di vista la lettera mandata dal Presidente di Cmg, Shen Haixiong, al Presidente di Mediaset Fedele Confalonieri come riporta TGCOM24 il 2 marzo 2020: “Tgcom24 ha effettuato diversi collegamenti televisivi con giornalisti del China Media Group. Vorrei ringraziare in particolare il signor Paolo Liguori e il signor Luca Rigoni. Il China Media Group è disposto a rafforzare ulteriormente gli scambi nel settore dei media e la cooperazione nel campo dei new media con il Gruppo Mediaset, e a raccontare insieme gli sforzi attivi compiuti dai cinesi, dagli italiani e dagli altri cittadini del mondo per combattere l’epidemia”.

Ma forse la cosa più preoccupante in un settore cronicamente sottofinanziato, in continua lotta per la sua sopravvivenza, dove le agenzie di stampa giocano evidentemente un ruolo sempre più determinante nella selezione dei contenuti delle notizie, è l’uso che agenzie come l’Ansa fanno – sono costretti a fare? – delle loro controparti cinesi. Come evidenziato in questo articolo con Lindsay Gorman dell’Alliance for Securing Democracy, le “notizie” fornite da quest’agenzia sulla Cina sono costituite in modo schiacciante da feed diretti della Xinhua. L’immagine resa nell’articolo, in cui dieci su undici notizie attuali sulla Cina sono prese direttamente da Xinhua, è purtroppo diventata una realtà costante.

Mentre non si possono fare affermazioni certe poiché il contenuto degli accordi rimane segreto – nonostante il nostro inaudito appello la scorsa primavera alla Commissione di vigilanza Rai di richiedere almeno visione dell’accordo tra Rai e Cmg, questi pochi esempi sembrano indicare che si tratti di molto di più che semplici accordi pubblicitari come abbiamo visto con inserti dedicati o simili in altri Paesi. Piuttosto, sembra che la coperatura italiana sulla Cina viene gradualmente affidata alla Cina stessa.

Alla luce delle affermazioni fatte nell’Integrated Operating Concept del Regno Unito, in cui la guerra informativa è riconosciuta come uno strumento centrale nell’arsenale dei nostri avversari – un concetto che lo stesso Partito comunista cinese grida apertamente – nel tentativo di minare le nostre democrazie dall’interno, attenzione immediata dovrebbe essere pagato a questa questione strategica.

Solo una vera informazione indipendente può contrastare la disinformazione. Mentre le persone stanno diventando più consapevoli delle insidie che i nuovi media possano rappresentare e si rivolgono ai media tradizionali per formare le loro opinioni, la cattura di quest’ultima da parte dei nostri avversari dovrebbe essere un enorme segnale di avvertimento per il mondo politico.

Qualsiasi approccio whole-of-society e democratico inizia con un’opinione pubblica informata. Minare questa è l’arma più formidabile che ogni avversario cerca di sfruttare. In Italia, purtroppo, sembra che ci stiano riuscendo, a meno che non riconosciamo con urgenza l’importanza strategica di questo settore per la resilienza del nostro Paese e non iniziamo a contrastare questa tendenza.

Ciò include non solo l’acquisizione di conoscenza sulla portata degli accordi attuali, ma anche la capacità di rendere il nostro ambiente mediatico capace di operare indipendentemente da tali forze. Invertire la rotta dell’incertezza cronica e dei continui tagli che il settore deve affrontare è la chiave di tale sforzo.

Questo è uno dei punti cruciali che saranno inclusi nella proposta per il diritto del cittadino a conoscere in discussione all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, e che speriamo possa fornire un contributo per rendere le nostre democrazie più resilienti alle forze maligne esterne. In caso contrario, potrebbero aver già “vinto senza combattere”, più di quanto non sappiamo.

Laura Harth

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