Rapporto della Commissione Straordinaria per i Diritti Umani del Senato Italiano

Il Rapporto della Commissione Straordinaria per i Diritti Umani del Senato affronta le principali questioni relative all’impegno dell’Italia in merito ai diritti inviolabili dell’uomo sul fronte interno ed internazionale. La Commissione, formata per la prima volta nel corso della XIV Legislatura, opera in collegamento con le organizzazioni che si occupano dei diritti fondamentali della persona; ne trasmette le preoccupazioni al governo, alle Istituzioni e all’opinione pubblica facendo uso degli strumenti propri del Parlamento e attuando proprie iniziative, come Risoluzioni. Il Rapporto in analisi, conosciuto anche come “Rapporto Manconi”, si riferisce alle attività della Commissione Straordinaria presieduta dal Sen. Manconi durante la XVII Legislatura.

Per quanto riguarda lo stato dell’arte dei diritti umani in Italia, il Rapporto evidenzia le criticità e le mancanze relative al rispetto degli standard e degli impegni internazionali. In particolare si fa riferimento alla Revisione Periodica Universale del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite alla quale il paese si è sottoposto, per la seconda volta, nel 2014. Delle 186 raccomandazioni ricevute, l’Italia ne ha accettate 176 nei seguenti ambiti: creazione di una istituzione nazionale indipendente; politiche di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati; repressione dei messaggi di istigazione all’odio e alla intolleranza; integrazione di Rom, Sinti e Camminanti; ratifica di convenzioni e protocolli opzionali, come ad esempio la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata del 2006, i protocolli opzionali alla Convenzione dei diritti del fanciullo, il protocollo opzionale al Patto sui diritti economici, sociali e culturali del 2008, la convenzione dell’Onu sulla riduzione dell’apolidia del 1961; la condizione delle carceri, i ritardi della giustizia; la mancanza di specifiche norme contro la tortura; i diritti dei disabili; il mancato raggiungimento dell’obiettivo dello 0,7% del PIL per gli aiuti pubblici allo sviluppo.

Nel corso della Legislatura, l’Italia, paese fortemente coinvolto nelle ondate migratorie che hanno interessato l’Europa in seguito allo scoppio delle Primavere Arabe e della Guerra in Libia, è stata particolarmente impegnata nell’elaborazione di politiche di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. Sono state numerose le visite dei Senatori ai Centri di accoglienza, ai Centri di Identificazione ed Espulsione e ai Centri di accoglienza per i richiedenti asilo, volte a verificare se le condizioni in cui queste strutture vertono sono conformi agli standard internazionali richiesti. La Commissione ha ascoltato su questo tema molte autorità governative, nazionali e locali, ed ha organizzato, e partecipato, a convegni ed incontri per sensibilizzare la società civile sull’argomento. Il Rapporto cita documenti parlamentari in materia, soffermandosi in particolare sulla legge istituente la Giornata Nazionale in ricordo delle vittime dell’immigrazione, calendarizzata il 3 ottobre, data del tragico naufragio di Lampedusa del 2013. La condizione di Rom, Sinti e Camminanti in Italia è stato oggetto di numerosi richiami internazionali e di alcune raccomandazioni del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. La procedura di verifica periodica sopracitata contiene 10 raccomandazioni specifiche sulla condizione di queste popolazioni, di cui otto accettate dall’Italia. Il Rapporto riferisce in merito ai sopralluoghi ai centri di raccolta, ai campi ed ai centri abusivi a loro destinati, che hanno rilevato significative carenze rispetto agli standard internazionali sotto diversi aspetti, tra cui quelli igienici e sanitari.

La Commissione ha prestato particolare attenzione allo status degli Istituti Penitenziari, al regime del 41-bis ed alla condizione delle detenute con figli piccoli. Per quanto riguarda il regime del 41-bis, il lavoro di indagine ha preso avvio da quanto rilevato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo e dai rapporti del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura. Pur avendo la Corte stabilito in diversi pronunciamenti che, in via generale, quanto previsto dall’art. 41-bis non viola i principi della CEDU poiché si configura quale strumento necessario alla difesa dell’ordine e della sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati, è tuttavia intervenuta su singoli aspetti della disciplina e sulla sua attuazione, aspetti su cui si è concentrata anche la Commissione nel corso dell’indagine conoscitiva.

In aggiunta, la Commissione ha seguito con attenzione i lavori parlamentari per conformarsi agli impegni internazionali in materia di tortura, che hanno portato all’introduzione nel Codice Penale del reato di tortura (art. 613-bis) e del reato di istigazione alla tortura (art. 613- ter). Il testo del 613-bis, nato dall’iniziativa parlamentare del Presidente della Commissione Manconi, è molto diverso da quello presentato all’inizio del suo percorso parlamentare ed è stato criticato da diverse associazioni che si occupano di tortura, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dallo stesso Sen. Manconi. La maggiore criticità è data dalla difficoltà di applicare la fattispecie criminosa a molti casi gravi, rendendola così pressoché superflua. La Commissione si è adoperata perché in Italia fosse istituita un’Istituzione nazionale indipendente per i diritti umani con compiti ispettivi in conformità con la Risoluzione Onu 48/134 del 1993. I vari disegni di legge proposti durante l’intera Legislatura per attuare l’impegno internazionale assunto sono, però, naufragati.

Il Rapporto affronta, inoltre, alcune delle tematiche più care al Partito Radicale, come il Diritto alla Conoscenza, i Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate e la guerra all’Omofobia. Oltre le numerose audizioni, la Commissione ha sponsorizzato numerose iniziative per sensibilizzare la società civile su questi aspetti. Accanto all’impegno italiano per la sorte di nostri connazionali detenuti all’estero, il Rapporto tratta i dossier relativi ad Alma Shalabayeva, Giulio Regeni ed i Marò. Sono state largamente confermate le tesi sostenute dal Partito Radicale in merito a questi casi ed alla poca capacità del Governo di far valere la sua voce nello scacchiere internazionale, sia a livello bilaterale che multilaterale.

Il Rapporto, infine, presenta alcune delle importanti battaglie per il rispetto dei diritti umani in altri paesi come il Venezuela, l’Iran, il Sudan e la Siria.

Crediamo sia dunque doveroso richiamare l’attenzione all’audizione di Marco Pannella sul Diritto alla Conoscenza, tenutasi proprio il 15 aprile di tre anni fa, presso la Commissione Diritti Umani presieduta dal Sen. Manconi. In quell’occasione, Marco Pannella volle sottolineare con forza che la battaglia per il diritto alla conoscenza costituisce un elemento indispensabile della transizione comune del mondo occidentale e del mondo a maggioranza arabo-musulmana, verso lo Stato di diritto e la diffusione dell’universalità dei diritti umani.

Il diritto alla conoscenza esiste nell’insieme delle risoluzioni e dichiarazioni del sistema onusiano, ma in modo assai frammentato. Il tentativo di scongiurare la guerra in Iraq attraverso l’esilio di Saddam Hussein nel 2003, con l’appello del Partito Radicale “Iraq libero: unica alternativa alla guerra”, non ebbe successo. L’impossibilità di conoscere fu tra i fattori che resero possibile quel conflitto e, di conseguenza, necessario il riconoscimento del diritto alla conoscenza, inteso come il diritto dei cittadini di conoscere la maniera in cui vengono plasmate e prese determinate decisioni di grandissima rilevanza da parte dei governi.

Marco Pannella ricordò che l’ONU e alcune Corti hanno già applicato il “diritto alla verità”, o meglio alla conoscenza delle verità, al plurale, come strumento di riparazione ex-post di gravi violazioni dei diritti umani. A tal proposito, Pannella fornisce la sentenza El-Masri contro la ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, del 13 dicembre 2012, in cui esso viene citato 97 volte. Si tratta quindi di un principio giuridico che si deve affermare principalmente attraverso dibattiti accessibili e regolari, che devono essere realizzati mediante l’esercizio attento e deontologicamente ineccepibile dei processi informativi, affinché i cittadini possano conoscere, valutare e scegliere le opzioni disponibili.

Francesca Voce
@fpmvoce

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