Repubblica europea e cittadinanza: incontro con Carles Puigdemont

Sabato 13 aprile una delegazione del Partito Radicale, formata dal Sen. Roberto Rampi, Umberto Gambini e Matteo Angioli, ha incontrato nuovamente a Waterloo, in Belgio, l’ex Presidente della Catalogna Carles Puigdemont. Al termine dell’incontro, Radio Radicale ha raccolto le dichiarazioni del Presidente Puigdemont, Roberto Rampi e Matteo Angioli. Quella che segue la traduzione in italiano di quanto ha affermato Carles Puigdemont che ha parlato in catalano.

Innanzitutto grazie. L’esilio è una prigione senza sbarre, con ripercussioni familiari e personali difficili, però ha un grande vantaggio: mi permette di parlare, di utilizzare la libertà di espressione di cui beneficio come cittadino europeo, di utilizzare la libertà di movimento e dare la voce a tutti coloro che non ce l’hanno e che sono sotto processo. Questo compensa la durezza personale dell’esilio di un anno e mezzo lontano dal mio paese, dalla mia famiglia. Ho comunque raggiunto uno degli obiettivi dell’esilio, cioè quello di spiegare all’Europa cosa sta accadendo tra la Catalogna e la Spagna, denunciare quello che è chiaramente un abuso del diritto, un abuso da parte di uno Stato che si comporta inspiegabilmente come uno Stato autoritario.

Effettivamente abbiamo visto con delusione il fallimento della politica in Spagna. Quando al posto della politica c’è il codice penale si ha la sconfitta della democrazia. Noi vogliamo partecipare attivamente nella democrazia europea e la democrazia si costruisce ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno. Quando c’è una minaccia nell’Unione Europa questa colpisce tutta l’Europa e perciò diciamo che è un problema europeo. Quando c’è una minaccia ad uno degli elementi fondanti l’Unione europea le sirene si devono accendere presso le istituzioni europee, e occorre far indietreggiare queste minacce. Per questo abbiamo interpellato le istituzioni europee dicendo che non è una crisi domestica spagnola, ma europea, che riguarda tutti gli europei che credono in un’Europa politica unita. Non siamo motivati dalla volontà di creare piccole patrie isolate l’una dall’altra. Quello che vogliamo è che l’Europa si riconosca nella sua diversità e possa dare a tutti le stesse garanzie di cittadinanza. La Repubblica è questo, la Repubblica è cittadinanza, diritto alla cittadinanza, i diritti e io come cittadino europeo, come cittadino di questa Repubblica europea devo avere le stesse protezioni in Spagna, in Ungheria, in Italia, in Polonia. Le stesse. Non può essere come adesso che un fatto, cioè l’esercizio democratico di un diritto, come è successo in Scozia con il referendum di autodeterminazione, da un’altra parte dell’Unione europea sia un reato che può portare fino a più di 20 anni di carcere. Non può essere. Non è questa l’idea di Repubblica di liberi cittadini che stiamo difendendo. Chi ha interesse a vivere in uno spazio, in una potenza democratica del mondo, potenza di libertà, santuario delle libertà, deve guardare la crisi catalana e vedere non solo un problema preciso, ma anche un’opportunità per aprire un dibattito su cosa significa oggi essere cittadino. Siamo davanti solo a un grande sindacato di interessi economici o possiamo realmente realizzare il sogno di una patria europea comune, della diversità europea dove ci possiamo riconoscere come in un mosaico?

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