Scontro USA-Cina sui diritti umani: nuovi strumenti per la difesa delle norme universali

Il 19 dicembre, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato una legge bipartisan sul Tibet che farà infuriare la Cina, aprendo la strada a divieti di visti ai funzionari cinesi che negano ai cittadini americani, ai funzionari governativi e ai giornalisti l’accesso al Tibet.

Fino ad ora, a queste categorie viene regolarmente negato l’accesso alle aree tibetane, e i pochi che entrano sono costretti a seguire tour ufficiali strettamente controllati, permettendo al Governo cinese di tenere nascosta la vera situazione del popolo tibetano. La sorte peggiore è riservata ai Tibetani-Americani, che si vedono quasi sempre negato il diritto di fare un pellegrinaggio alla loro terra ancestrale e di incontrare i loro familiari lì.

Il Reciprocal Access to Tibet Act 2018, precedentemente approvato dal Senato e dalla Camera dei Rappresentanti, giunge durante una fase di imposizione di massicci dazi commerciali imposti dall’Amministrazione Trump sulle importazioni dalla Cina, la seconda economia mondiale dopo quella americana.

Finora la Cina è stata in grado di usare il suo potere economico e militare per isolare il Tibet senza grande resistenza da parte della comunità internazionale. La nuova legge potrebbe cambiare il quadro significativamente. La legge impone infatti al Segretario di Stato di valutare il livello di accesso di cittadini americani in Tibet entro 90 giorni dalla sua promulgazione e di inviare un rapporto annuale al Congresso dopo l’identificazione dei funzionari cinesi responsabili delle decisioni sulla concessione dei visti d’ingresso. Su questa base il Segretario di Stato vieterà a quei funzionari i visti per entrare negli Stati Uniti.

E’ un modello simile a quello introdotto dal Global Magnitsky Act qualche anno fa in memoria dell’avvocato Sergei Magnitsky, deceduto nelle carceri russe per aver denunciato uno scandalo di corruzione milionario all’interno del regime russo. Con questa legge, gli Stati Uniti hanno effettivamente esteso parte della loro giurisdizione fuori dai loro confini per permettere di colpire direttamente i responsabili di violazioni dei diritti umani in paesi dove tali comportamenti da parte di funzionari dello Stato non vengono perseguiti. Il Global Magnitsky Act, successivamente adottato in altri paesi, permette, dopo l’identificazione e l’esibizione di prove adeguate, di negare visti d’ingresso e di bloccare fondi e beni materiali delle persone responsabili di tali crimini. Ora toccherà anche all’Unione europea, se rispetterà il voto unanime di questo mese sulla proposta olandese in tal senso al Consiglio europeo.

Sono passi molto importanti in un momento nel quale è evidente che le Istituzioni multilaterali create per vigilare sul rispetto dei diritti umani – in primo luogo il Consiglio Diritti Umani dell’ONU (CDU) ma ancor più il Consiglio di Sicurezza – non sono in grado di svolgere questo ruolo. Quando la Repubblica Popolare Cinese può rivendicare, come ha fatto proprio questo mese in occasione della Revisione Periodica Universale al CDU, che il suo “modello dei diritti umani” è sostenuto da 120 Stati membri delle Nazioni Unite, e dunque da una stragrande maggioranza, è evidente che – proprio nell’anno in cui si celebrano i 70 anni della Carta Universale dei Diritti Umani – servono istituzioni e strumenti legali nazionali a cui gli Stati democratici possono ricorrere per imporre il rispetto dei diritti umani o perlomeno per evitare che i frutti illeciti di crimini contro persone vengano raccolti sul territorio di tali Stati.

Purtroppo queste buone notizie vengono oscurate dall’ombra del peggioramento delle condizioni della popolazione uigura nella Provincia Autonoma dello Xinjiang, sempre in Cina. Nonostante le parole del Vice Ministro degli Esteri cinese: “la Cina attribuisce grande importanza alla promozione e alla protezione dei diritti umani, agendo sempre come difensore, praticante e promotore della causa della protezione dei diritti umani”, milioni di persone sono poste sotto sorveglianza 24/7 anche all’interno delle loro case, e almeno 1 milione si trova attualmente all’interno di cosiddetti “campi di formazione professionale”, di cui il Governo cinese ha negato l’esistenza fino alla fine di settembre di quest’anno, benché le prime segnalazioni in merito siano arrivate già a marzo dell’anno scorso, e dopo che anche il Comitato ONU per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali avesse denunciato esplicitamente la politica in corso a luglio di quest’anno. A ottobre il Governo cinese ha cambiato rotta, rivendicando quasi l’esistenza di questi campi che devono servire la popolazione indigena della Provincia ad essere ri-educata per poter usufruire al meglio del diritto allo sviluppo che le autorità cinesi hanno definito come il diritto umano primario.

Però, anche rispetto a questa questione, silenziata quasi completamente al dialogo interattivo sulla UPR cinese 2018 al Consiglio Diritti Umani del mese scorso (vedi articolo su China Change), e sempre al Congresso americano, si possono intravedere alcuni gli sviluppi positivi.

I Congressmen Ted Yoho (R-FL), Presidente della Sotto-Commissione Asia e Brad Sherman (D-CA), membro della medesima, hanno introdotto l’Uighur Intervention e la Global Humanitarian Unified Response (UIGHUR) Act. La legislazione è co-sponsorizzata dai Deputati Gerry Connolly (D-VA), Ann Wagner (R-MO) e Jim McGovern (D-MA). La legislazione bipartisan, se approvata, impedirà l’esportazione in Cina di tecnologie avanzate che possono facilitare le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e assicurerà che il Governo federale statunitense non efffetti acquisti da società che aiutano Pechino a detenere ingiustamente i musulmani turchi. Il disegno di legge prevede anche la creazione di nuovi meccanismi per denunciare le politiche di sorveglianza da parte del Governo cinese all’interno del territorio americano.

“Pechino pensa che chiuderemo un occhio sugli abusi che infligge agli Uiguri in tutto il mondo. Dobbiamo dimostrare loro che si sbaglino. Impedendo alle aziende di approfittare delle violazioni dei diritti umani e imponendo una maggiore trasparenza, questa legge invierà un messaggio assai potente. Creerà anche degli strumenti significativi per gli Stati Uniti per rendere la Cina ‘accountable'”, ha dichiarato Sherman.

“Sono felice di introdurre questa importante proposta di legge insieme al collega Sherman. Le tecnologie all’avanguardia dovrebbero essere utilizzate per alleviare l’umanità, non per opprimerla. L’esistenza di centri di detenzione di massa – ribattezzati campi di ‘rieducazione politica’ – in Cina, è inaccettabile. Dobbiamo tenere responsabili gli autori di queste gravi violazioni dei diritti umani”, ha affermato il deputato Yoho.

Tra le varie disposizioni, il DDL prevede anche sanzioni sulla base del Global Magnitsky Act per coloro responsabili dei campi, stabilisce nuovi requisiti di divulgazione dei diritti umani per esportazioni sensibili in Cina, e incarica i diplomatici americani di protestare contro la deportazione di Uiguri in Cina e di aumentare il loro contatto attivo con la comunità uigura.

Possiamo solo sperare che anche l’Unione europea e i suoi Stati membri trovino presto – come auspicato proprio da una Risoluzione del Consiglio ONU per i Diritti Umani sull’attivazione dei Parlamenti nazionali a difesa dei diritti umani – il coraggio e la forza di dotarsi di strumenti adeguati per superare il livello meramente declamatorio a cui sono condannati i pochi deputati europei che senza sosta e da anni, se non decenni, denunciano la crescente strage di popoli a partire della Cina.

Laura Harth

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