Sempre più problematica la strategia UE sull’Iran

Nel mese di novembre, durante la riunione dei Ministri degli Esteri UE, è stato annunciato il sostegno alle sanzioni introdotte dal governo francese nei confronti di Teheran in risposta alle minacce terroristiche iraniane. Si tratta di un primo passo verso la giusta direzione, infatti in questo modo tali misure potranno essere applicate in tutta l’Unione Europea, anche se da Bruxelles non stati presi impegni concreti per esercitare maggiori pressioni sul regime degli Ayatollah.

Un progresso certamente degno di nota, lungamente atteso, ma ancora insufficiente. Le sanzioni francesi nei confronti degli agenti appartenenti all’intelligence iraniana scaturiscono dallo sventato attacco dinamitardo – grazie all’operato congiunto degli investigatori di Francia, Belgio e Germania – durante l’annuale raduno della Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) che si è tenuto il 30 giugno scorso nei pressi di Parigi. Un evento che ha visto la partecipazione di oltre 100.000 sostenitori e l’intervento di centinaia di personalità politiche (anche dall’Italia) e di esperti di politica mediorientale provenienti da tutta Europa, dal Nord America e dal mondo.

Subito dopo che la polizia belga ha bloccato i due mancati attentatori in viaggio verso il luogo del raduno, le autorità tedesche hanno arrestato un diplomatico iraniano in servizio presso l’Ambasciata iraniana a Vienna, accusato di aver fornito gli esplosivi da impiegare nell’attentato. Ad ottobre, infine, l’intelligence francese ha reso note le risultanze di una complessa quanto esaustiva indagine, confermando il pieno e attivo coinvolgimento delle più alte sfere governative di Teheran.

Nonostante quanto ampiamente dimostrato, la dirigenza UE ha continuato a mantenere un atteggiamento recalcitrante. Verrebbe così da chiedersi: Bruxelles avrebbe ugualmente appoggiato le misure francesi se la minaccia iraniana non si fosse nuovamente palesata in Europa come accaduto lo scorso ottobre?

È proprio di allora la notizia dell’arresto, da parte delle autorità danesi, di un individuo dalla doppia cittadinanza iraniana-norvegese sospettato di voler assassinare alcuni dissidenti iraniani residenti in Danimarca. Questa ennesima minaccia alla sicurezza europea ha portato il Ministro degli Esteri della Danimarca a esercitare forti pressioni sugli altri Stati membri dell’UE, per una decisa e autentica presa di posizione contro gli intrighi iraniani.

La decisione è arrivata anche sulla scia della condanna da parte di 150 membri del Parlamento Europeo contro il “silenzio” europeo non solo sul tema delle minacce terroristiche iraniane contro l’Occidente, ma anche sull’influenza destabilizzante di Teheran sull’intero Medio Oriente e la preoccupante situazione dei diritti umani nel Paese.

Un tale silenzio rappresenta un tradimento dei valori fondanti l’Unione Europea, ed è altresì preoccupante pensare che occorreranno più di quattro mesi di appelli organizzati da decine di deputati e più di uno Stato membro, prima di una seria riflessione su una necessaria inversione di tendenza nei confronti del regime di Teheran.

Con un rapido sguardo al passato più recente, si possono scorgere già nel mese di marzo di quest’anno i primi segnali di un’ondata di minacce iraniane in Europa, quando le autorità in Albania hanno arrestato agenti iraniani che stavano pianificando un attacco nei confronti dei 2.500 membri del principale gruppo costituente il CNRI, i Mujaheddin del popolo iraniano (MEK/PMOI), un’organizzazione iraniana politico—militante considerata il più grande gruppo di opposizione politica al governo iraniano.

È apparso subito evidente agli attivisti della resistenza iraniana e ai loro sostenitori nei circoli politici occidentali che questo episodio era solo un aspetto di un più ampio disegno di ritorsioni del regime contro le diffuse proteste anti-governative in Iran, organizzate in gran parte dal MEK/PMOI.

È infatti interessante notare come questo tentativo di zittire le voci dissidenti, sia coinciso con la festa iraniana di Nowruz dopo un appello di Maryam Rajavi, Presidente eletto del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, in cui esortava gli iraniani a continuare la protesta fino alla “vittoria finale” sulla dittatura teocratica. Una dichiarazione che sembrò incoraggiare nuove manifestazioni dopo quelle del gennaio 2018.

Le proteste sono ancora in atto in tutto il Paese, e la scelta del “silenzio” sul comportamento del regime iraniano si è rivelato pregiudizievole non solo per la sicurezza occidentale, ma anche per le condizione dei diritti umani e della democrazia in Iran e nel Medio Oriente. Quindi, per quale motivo l’UE o i suoi Stati membri esiterebbero ancora nel prendere i provvedimenti necessari ad una netta condanna di Teheran per la sua risposta violenta e di ampia portata ai disordini interni.

Purtroppo la risposta giace nella predominanza di una concezione affaristica, che vede l’Iran come un possibile, quanto illusorio, “Eldorado” per l’economia UE. Lo dimostra la decisione di continuare a spingere per l’istituzione di uno “Special Purpose Vehicle” (SPV) per facilitare le transazioni con Teheran aggirando le sanzioni USA. C’è da dire che sono stati compiuti pochi progressi in questa direzione, soprattutto per il fatto che nessuno dei membri UE si è ancora dichiarato disponibile ad assumersi un tale rischio.

La strategia dell’UE di ampliare le relazioni con l’Iran, chiudendo gli occhi sulle minacce terroristiche e sulle violazioni dei diritti umani è destinata quindi a crollare. Sarebbe invece il momento che l’Unione Europea torni a rappresentare, a tutto campo, il baluardo indistruttibile a favore dei diritti e delle libertà dei popoli e di quei valori fondanti la società occidentale.

Posto questo obiettivo, il mondo politico e i cittadini europei che amano questi valori dovrebbero unirsi a quei 150 europarlamentari nel fare pressione sui leader europei per riaffermare tali valori e far sapere all’Iran che d’ora in poi le sue relazioni con il mondo occidentale saranno condizionate da concreti e sostanziali miglioramenti nel comportamento del proprio governo in patria e all’estero.

Amb. Giulio Terzi

Leggi l’articolo originale sul sito di U.S. News

Print Friendly, PDF & Email

Add Comment