Stato di Diritto: la risposta ai nazionalismi contemporanei

di Domenico Letizia*

e Giulio Maria Terzi di Sant’Agata**

per Cronache di Napoli

La nuova svolta degli Stati Uniti, la disintegrazione della patria europea, il ribollire di sentimenti anticomunisti e ultra nazionalisti nell’Europa dell’Est, i conflitti irrisolti nel Caucaso, l’aggressione alla Crimea, lo stato islamico, le sue conseguenze per la politica internazionale e il protagonismo criminale dell’Iran sono solo alcune delle problematiche politiche della nostra contemporaneità a cui tocca interrogarci per il futuro della Democrazia e per una visione transnazionale dei diritti umani. La diffusione dei principi universali dei diritti umani resta il punto focale su cui costruire futuro e processo democratico e ciò oggi è in pericolo. Le ultime vicende Usa inducono doverosamente a riflettere e a studiare i processi sociali, economici e politici che la più grande democrazia del globo sta innescando e nostro dovere è interrogarci sui perché di tali fenomeni.

Non vi è probabilmente diversità più grande per formazione, esperienza, visione politica e carattere che il destino potesse porre a confronto in un’elezione presidenziale americana, di quella svoltasi tra Hillary Clinton e Donald Trump. Nei rapporti con Russia e Cina Hillary Clinton è stata indubbiamente l’artefice del “reset” con la Russia, nonostante il rapporto bilaterale dopo la crisi dell’Ossezia meridionale fosse in via di deterioramento; un “reset” durato poco e tuttavia fondamentale nel conseguire quella che si può a buon titolo giudicare l’unico vero successo della Presidenza Obama nei negoziati di riduzione e controllo degli arsenali strategici, il “Nuovo Start” firmato a Praga nell’aprile 2010. Niente di paragonabile alle espressioni di ammirazione di Trump sul “brillante amico Putin”, la sua indicazione che alla Casa Bianca potrebbe riconoscere l’annessione della Crimea – dopo un referendum dichiarato illegale dalle Nazioni Unite -, la smentita del suo Vice, Mike Pence, reo di aver criticato i bombardamenti indiscriminati russi contro la popolazione civile e gli ospedali di Aleppo, per non parlare dell’invito – poi giustificato come “ironia”- di Trump a Putin per reperire e svelare le famose e-mail della Clinton, e gli oscuri collegamenti con il Cremlino anche tramite il capo della campagna presidenziale, Paul Manafort.

Probabilmente una nuova presidenza democratica avrebbe innescato un’intonazione più attiva, sensibile alla realtà “geopolitica”, consapevole del grande spazio politico e psicologico che gli Stati Uniti devono recuperare rapidamente, in modo coeso e concertato con l’Europa e con le democrazie liberali dell’Occidente. Ma così non è stato. Il popolo americano ha eletto il suo Presidente, Donald Trump. Ha voluto un leader forte, libero dai condizionamenti dell’establishment politico, dei lobbisti, di una finanza sfrenata e rapace. Sull’elettorato non ha influito più di tanto il diluvio di notizie su suoi asseriti problemi di carattere, vicende fiscali, machismo, antipatia per immigrati e musulmani. Ha nettamente prevalso l’esigenza, o l’illusione, di cambiamento, di pulizia, e soprattutto di sicurezza. Chi ha votato Trump ha raccolto il messaggio di un’ “America Grande” che riporti l’ “American Dream” alla portata di tutti. Affermare l’interesse nazionale attraverso il partenariato, evitando conflitti “a condizione che l’America sia trattata equamente”, come ha sottolineato il 45° Presidente degli Stati Uniti, sarà l’obiettivo traente per la nuova Amministrazione repubblicana.

Sembrava che la democrazia americana dovesse uscire a pezzi da una campagna di inauditi colpi bassi, interferenze interne e straniere, accuse e persino minacce tra i due schieramenti. La sua conclusione e la nuova pagina apertasi, pur nelle sofferenze di un’ampia componente latina e afroamericana che avverte molto negativamente la polarizzazione del voto sull’elettorato bianco, sembra dare invece in queste prime ore una prova di straordinaria vitalità della democrazia liberale americana.

Il desiderio di cambiamento e di alternanza è stato una molla evidente dinanzi all’insopprimibile sensazione di continuità data da Hillary Clinton, ancor più da quando nelle ultime settimane si è trovata praticamente costretta a contare sull’incondizionato sostegno del Presidente in carica. Vero che il cambiamento era stata la parola d’ordine nel 2008 anche per Obama. Ma con una piattaforma profondamente diversa rispetto a quella dei Repubblicani di allora e ancora più da quella odierna di Trump. Sulle politiche sociali, economiche, fiscali, immigrazione, sicurezza, rapporti internazionali, multilateralismo, sfide globali come cambiamenti climatici, non proliferazione, lotta al terrorismo, le differenze erano sostanziali otto anni fa, e sono certamente stridenti oggi.

Su diversi temi si possono tuttavia delineare compromessi, costruttivi soprattutto se la composizione del Congresso rifletterà un ragionevole equilibrio tra la due metà dell’elettorato espresse dal Paese. Sarebbe pertanto rischioso imbarcarsi subito in un esegesi su tutto ciò che cambierà sin dai prossimi giorni e sulle conseguenze positive o negative di questa profonda svolta dell’America verso il resto del mondo: specialmente nei confronti dell’Italia, dell’Europa, della Russia, della Cina, del Medio Oriente e i particolare dell’Iran, nonché su questioni di urgenza e rilevanza drammatica per l’umanità, quali i cambiamenti climatici. Nei rapporti con la Russia si apre una strada di dialogo che piacerà sicuramente a molti nel nostro Paese, ma non a tutti in Germania, Polonia, Paesi Baltici. Si tratta di un terreno sul quale sarebbe di cruciale importanza un ruolo e una meditata strategia della diplomazia italiana.

L’elezione di un Presidente che ha manifestato amicizia per Putin, e ne viene ricambiato, deve esser colta dagli alleati Europei dell’America come il momento per rilanciare seriamente un sistema di “sicurezza cooperativa” nell’intero continente che ricostruisca un sistema di norme: per la riduzione e controllo delle forze armate convenzionali e nucleari nel continente che trasformi una micidiale tendenza a usare la forza, come avvenuto in Ucraina e nei “conflitti congelati” del Caucaso, in una ricerca della stabilità sulla base dei principi contenuti nell’Atto finale di Helsinki e della Carta di Parigi. Essi sono sempre di estrema attualità se l’affermazione dello Stato di Diritto deve continuare a essere interesse nazionale di americani e europei. Se questo avverrà, l’elezione di Donald Trump dimostrerà l’errore delle Cassandre che hanno continuato a predicare sino a ieri la “politica delle continuità” e le ricette dei poteri forti, e a sostenere che una svolta conservatrice in America avrebbe accelerato il declino dell’Occidente e della democrazia liberale. Dai primissimi segni che si delineano a Washington, può essere vero l’esatto contrario.

In Europa molti analisti ritengono sia giunto il momento di un nuovo protagonismo, vero e concreto, della “patria europea che non può più considerare la politica e l’interventismo degli Usa come realtà data per scontata. Che fare? Ripartire dai diritti fondamentali e dalle virtù della liberal-democrazia. L’affermazione dei valori democratici e liberali, l’obiettivo di fornire una piattaforma per promuovere il dialogo e la cooperazione su argomenti inerenti alla relazione tra diritti umani, democrazia e stato di diritto passa per un decisivo processo antropologico-sociale e giuridico, quello della formulazione e codificazione di un nuovo diritto umano e civile: “il diritto umano alla conoscenza”. Alle fondamenta dello stato di Diritto non può esservi che la conoscenza, conoscenza delle scelte che i governi, nelle sue realtà nazionali e transnazionali, prendono in nome e per conto dei cittadini. I governi devono essere responsabili delle loro azioni e devono garantire un’adeguata informazione, che sia disponibile, accessibile e accurata secondo i principi dell’apertura e della trasparenza.

Benché alcuni Paesi forniscano ai cittadini gli strumenti per accedere alle informazioni, ad esempio attraverso i Freedom of Information Acts, questa normativa spesso non risponde alle attese dei cittadini, rivelandosi inadeguata. Il diritto a conoscere ciò che i membri del Governo fanno segretamente a nostro nome potrebbe migliorare il rapporto tra candidati eletti ed elettori. Negli ultimi due decenni, in molti Paesi e città abbiamo assistito all’impiego di mezzi e strategie militariste e a un prolungato, pretestuoso e arbitrario Stato di emergenza proclamato per la pretesa necessità di difendersi e difenderci in tal modo da minacce derivanti da terrorismo, immigrazione, droga e altri “nemici”. Si è insediato così uno “Stato di Emergenza” permanente, le cui radici spesso affondano in presupposti ingannevoli, se non vere e proprie menzogne. Vittime della multiforme Ragion di Stato sono i diritti umani, la responsabilità, la mancanza di supervisione nel processo decisionale e, in ultima analisi, la pace. Lo stato di Diritto sta per essere sostituito dallo stato emergenziale e securitario e ciò è possibile quando i meccanismi della conoscenza e dell’accesso all’informazione sono manovrati e manipolati dalla burocrazia della Ragion di Stato in contrasto alle Convenzioni riconosciute e al diritto internazionale umanitario. Si tratterebbe di riscrivere le regole della legalità internazionale e di condannare duramente i protagonisti della sistematica violazione dei principi fondamentali e della dignità umana.

Esempio emblematico resta l’ipocrisia occidentale, e soprattutto italiana, nei confronti del regime iraniano che in molti vogliono far apparire come moderato, ma che in realtà resta sanguinario, dispotico e criminale. E’ estremamente preoccupante che nulla nella condotta del Presidente Rouhani lasci intendere alcuna speranza di effettiva moderazione. Secondo uno degli ultimi rapporti del Segretario Generale delle Nazioni Unite al Consiglio dei Diritti Umani le promesse fatte dalla nuova leadership sono state drammaticamente disattese. Oltre 700 detenuti sono stati giustiziati successivamente alle elezioni di Rouhani. La scioccante morte di Gholamreza Khosravi Savadjani, impiccato dal regime teocratico, dopo dodici anni di torture ininterrotte, è un crimine orribile. Dobbiamo chiamarlo come tale: un “crimine orribile“, e come tale ogni esecuzione capitale per motivi politici dovrebbe essere considerata da governi, come quelli europei, che pongono i diritti umani al centro delle proprie relazioni con l’estero. Nessuno tocchi Caino nel suo ultimo rapporto sulle esecuzioni capitali ha confermato la tragedia di diritto e di dignità in Iran. Nel 2015 sono state effettuate almeno 980 esecuzioni, un 22,5% in più rispetto alle 800 del 2014 e il 42,6% in più rispetto alle 687 del 2013. È il numero di esecuzioni tra i più alti nella storia recente dell’Iran, che lo classifica come il primo “Paese-boia” del mondo in rapporto al numero di abitanti. Le esecuzioni di minorenni sono continuate nel 2015, fatto che pone l’Iran in aperta violazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. La fede in Dio non può mai giustificare violenza o crimini commessi sotto la bandiera di una religione. Come ha recentemente ricordato un importante leader islamico: “La cura per una democrazia fallita è più democrazia. A dittatura ammantata di spirito religioso nella religione è il peggior tipo di dittatura. Gli islamici ora devono sviluppare un’idea di partnership nazionale con le altre forze”. Ciò che è successo e ancora sta in accadendo in Iran, Iraq e Siria è esattamente l’opposto.

Un ulteriore occasione di dibattito e approfondimento, sulle problematiche analizzate, sarà quella del 29 novembre, presso il Senato della Repubblica, la Conferenza “SOS Stato di Diritto: verso il Diritto alla Conoscenza” organizzata dal Partito Radicale Nonviolento, Nessuno tocchi Caino, l’International Institute of Higher Studies in Criminal Sciences, il Global Committee for the rule of law – Marco Pannella e la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). All’evento, voluto con determinazione da Matteo Angioli e Laura Harth, parteciperanno istituzioni e ministri del Marocco e dell’Algeria.

*Membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato Centrale della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo
**Ambasciatore, già Ministro degli Esteri e Presidente del Global Committee for the
Rule of Law – Marco Pannella

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