La tutela delle iraniane nella giurisdizione universale

Intervento del Presidente del Comitato scientifico del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” (GCRL), Ezechia Paolo Reale, sugli strumenti a disposizione della comunità internazionale e dei singoli Stati per contrastare gli abusi e la repressione contro le donne e tutti i cittadini che manifestano in Iran per la libertà e la fine del regime teocratico.

Oltre il simbolico taglio di una ciocca dei propri capelli, manifestazione di solidarietà e vicinanza comunque apprezzabile, è forse opportuno mettere ciascuno le proprie competenze al servizio di coloro che stanno lottando per la libertà, rischiando la propria vita.

Senza volersi soffermare su un’analisi approfondita dei fatti, resa certamente difficile dalla distanza e dalla difficoltà che le voci libere incontrano in Iran, può fondatamente formularsi l’ipotesi che in Iran sia in corso una repressione violenta delle proteste contro la discriminazione subita dalle donne e che tale repressione sia svolta su larga scala e costituisca, così come la scelta di discriminare le donne, una politica voluta e perseguita dall’attuale governo iraniano.

Tra le azioni utilizzate per porre in essere la discriminazione e per reprimere le proteste, appaiono esservi anche condotte giuridicamente qualificabili come omicidio, detenzione arbitraria e tortura.

Il quadro ideologico nel quale tali azioni si svolgono è quello dell’intenzionale e grave privazione dei diritti fondamentali per ragioni ispirate esclusivamente da ragioni discriminatorie nei confronti del genere femminile, identificato, in quanto tale, come gruppo dotato di una sua specifica identità, la cui sola diversità legittima la discriminazione e la repressione del dissenso.

Tali ipotesi, ovviamente, andrebbero convalidate, in un’ottica puramente giuridica, da indagini e processi indipendenti.

Il tema è esattamente questo. Esistono nelle democrazie occidentali strumenti effettivi ed efficaci per contrastare le gravi violazioni dei diritti fondamentali che si svolgono all’esterno del proprio territorio ?

E’ una domanda già posta in relazione ai crimini di guerra commessi in Ucraina e che torna a proporsi in relazione ai crimini contro l’umanità che potrebbero essere stati commessi in Iran.

A mio avviso la risposta è positiva.

La grave ed intenzionale privazione dei diritti fondamentali delle donne, intese come gruppo o collettività di soggetti identificate in ragione del loro genere, potrebbe costituire il crimine internazionale di persecuzione, così come gli omicidi, le torture e gli arresti arbitrari costituiscono sia delitti sanzionati negli ordinamenti interni di tutti gli stati democratici sia crimini internazionali, se inseriti nel contesto di un intenzionale, esteso e sistematico attacco diretto da chi detiene il potere nei confronti della popolazione civile.

La conseguenza è quella che i responsabili di tali crimini sono assoggettati sia alla giurisdizione universale che a quella extraterritoriale dei singoli stati nazionali, e anche, a determinate condizioni, a quella della Corte Penale Internazionale.

Tali condotte sono, infatti, previste come crimini internazionali nell’art. 7 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e dettagliate negli Elements of Crimes che costituiscono uno degli strumenti normativi di supporto per l’interpretazione dello Statuto stesso.

Sul versante della giustizia internazionale, però, non avendo l’Iran ratificato lo Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale, tale organo giudiziario non può autonomamente perseguire tali crimini, a meno che uno dei responsabili  non abbia la nazionalità di uno Stato che sia Parte dello Statuto di Roma.

Una delle caratteristiche di tutti i crimini internazionali, però, è quella di consentire che ciascuno Stato possa perseguire i responsabili all’interno della propria giurisdizione e ne abbia addirittura l’obbligo nel momento in cui essi, per qualsiasi ragione, vengano a trovarsi all’interno del suo territorio.

Ancora una volta, quindi, balza evidente l’urgenza che anche l’Italia si doti di uno strumento interno, il codice dei crimini internazionali, per la cui adozione ha assunto oltre venti anni addietro l’obbligo internazionale, rimasto ancor oggi inevaso.

La Ministra della Giustizia Marta Cartabia ha ricevuto nel giugno scorso la bozza del codice, elaborata da una commissione ministeriale presieduta dai professori Palazzo e Pocar.

Nonostante l’evidente urgenza per l’Italia, anche in relazione ai fatti di Ucraina, di dotarsi di tale strumento, la fine della legislatura non ha consentito al Parlamento di iniziare l’esame del testo che, a mio avviso, dovrebbe costituire una delle prime azioni, che immagino condivise da tutti i gruppi politici, del nuovo Parlamento che si insedierà il prossimo 13 ottobre.

E’ mia opinione che i crimini contro l’umanità, così come i crimini di guerra ed altri crimini internazionali siano già perseguibili nel nostro ordinamento interno anche senza una loro specifica previsione da parte di una legge nazionale, ma è evidente che l’adozione di un codice nazionale che li preveda espressamente e ne regoli le modalità di persecuzione penale renderebbe più snello, fluido e sicuro l’agire della polizia giudiziaria e della magistratura inquirente e requirente.

E se, nelle more, uno degli assassini delle coraggiose ragazze che hanno perso la vita per la libertà e che abbiamo imparato a conoscere attraverso le foto dei social network venisse in vacanza in Italia ?

Anche a non voler far ricorso all’istituto dei crimini internazionali, non saremmo, comunque, privi di strumenti di reazione.

In Italia è già vigente, infatti, la giurisdizione extraterritoriale che, per delitti gravi, come quelli esaminati, consente (articolo 10 del codice penale) di procedere nei confronti dei responsabili, anche se il delitto è stato commesso all’estero in danno di cittadini sia italiani ( e potrebbe essere il caso di Alessia Piperno) che stranieri, sempre che il responsabile si trovi nel territorio del nostro Stato e vi sia una specifica richiesta del Ministro della Giustizia.

Se si vuole dare contenuto concreto alla solidarietà, che in tanti sentiamo l’esigenza di manifestare, a supporto delle donne iraniane impegnate nella lotta per la loro libertà, credo che una richiesta pressante indirizzata al nuovo Parlamento per l’immediata adozione del codice dei crimini internazionali e al Ministro della Giustizia per esercitare, ove occorra, la sua facoltà discrezionale di richiedere il procedimento a carico dei responsabili dei crimini contro l’umanità perpetrati in Iran possa essere una delle azioni giuste e produttive di conseguenze positive.

Il mondo per gli autori di tali crimini si restringerebbe ancora e l’Italia si andrebbe ad aggiungere alle tante nazioni che hanno già deciso di non volere essere terra di rifugio o di impunità per gli autori di delitti che, ovunque commessi, preoccupano e pongono in pericolo l’intera comunità internazionale.

WOMEN – LIFE – FREEDOM

Ezechia Paolo Reale
Presidente del Consiglio scientifico del GCRL