N42 – 9/9/2019

PRIMO PIANO

Cina e Russia stanno hackerando le democrazie liberali. L’analisi di Giulio Terzi.
Nell’ultimo numero di Formiche, l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri scrive l’8 settembre che solo eccellendo e competendo nello sviluppo delle tecnologie dell’informazione i Paesi occidentali potranno proteggere le proprie società e istituzioni dalle autocrazie digitali che le minacciano.

L’affermarsi di forme autoritarie di governo attraverso il ricorso massiccio alle tecnologie dell’informazione costituisce la minaccia più grave tra quelle direttamente rivolte alle democrazie liberali dell’occidente e ai princìpi fondanti dello Stato di diritto. Certo, può sembrare paradossale che il prodigioso sviluppo della scienza e della libertà nella seconda metà del XX secolo e ancora nei primi anni del XXI sia avvenuto proprio per effetto di tecnologie che ora, in misura crescente, servono a diffondere e consolidare regimi repressivi, attraverso un controllo orwelliano delle popolazioni all’interno e all’esterno dei loro Paesi. Le stesse tecnologie alimentano, nelle mani sbagliate, avventure neo-imperialiste, ambizioni di dominio regionale e destabilizzano processi elettorali, ordine pubblico e coesione sociale. Ne sono vittime le democrazie liberali. Paesi dipinti come nemici dagli autocrati che vogliono imporre le loro nuove regole al mondo.

L’autoritarismo digitale durerà, ma il mondo online offre anche straordinarie opportunità di crescita per le libertà. I governi occidentali devono assicurare un ecosistema diversificato e ben regolato nelle tecnologie dell’informazione, devono limitare le situazioni di monopolio nei media tradizionali e non, mantenendo un’informazione pubblica finanziata dallo Stato, il controllo dei finanziamenti, la correttezza della propaganda politica e la lotta alla disinformazione. Analogo impegno deve riguardare la collaborazione internazionale e l’aiuto allo sviluppo, promuovendo il rispetto dei diritti individuali e la sovranità degli Stati. Last but not least, i Paesi occidentali devono essere preparati a competere, ed eccellere, nello sviluppo delle tecnologie dell’informazione per proteggere le proprie società e istituzioni dalle autocrazie digitali che le minacciano.

Elezioni locali a Mosca: affluenza al 22% e male il partito di Putin
Il partito di Putin “Russia Unita” ha subito gravi perdite nelle elezioni locali di domenica 8 settembre indette per rinnovare il parlamento della città di Mosca. Il partito ha perso quasi un terzo dei seggi nel parlamento composto da 45 membri, anche se manterrà la maggioranza con circa 26 seggi.

La maggior parte dei principali candidati dell’opposizione non sono stati ammessi alla competizione elettorale e ciò ha innescato le proteste di massa degli ultimi mesi. I seggi persi da Russia Unita sono andati a candidati comunisti, indipendenti e altri partiti minori.
Il leader dell’opposizione, Alexei Navalny, a cui è stato impedito di candidarsi, ha promosso una strategia di “voto intelligente” facendo campagna per quei candidati che erano nella posizione migliore per sconfiggere la squadra di Russia Unita. Navalny ha dichiarato che il risultato è “fantastico”, mentre Putin ha detto che è più importante la qualità della quantità. Da sottolineare che l’affluenza è stata del 22%.

Il martello invisibile che incombe sul popolo britannico
Il 5 settembre Laura Harth ha descritto il nesso tra il diritto alla conoscenza e la non pubblicazione di un documento da parte del governo britannico nell’ambito della Operazione Yellowhammer il cui obiettivo è mitigare, nel Regno Unito, gli effetti dirompenti della Brexit. Della durata di circa tre mesi, il testo è stato elaborato dal Civil Contingencies Secretariat (CCS), un dipartimento dell’Ufficio del Governo responsabile della pianificazione delle emergenze.

Per preparare al meglio i britannici all’eventualità di un’uscita senza accordo, era attesa la pubblicazione di estratti del documento martedì 3 settembre, proprio nel giorno in cui alla Camera dei Comuni andava in scena lo scontro tra la – ormai defunta – maggioranza del Primo Ministro Boris Johnson e l’opposizione rafforzata da una ventina di voti di alcuni Tory ribelli per impedire al Governo di arrivare ad un’uscita senza accordo con l’UE il 31 ottobre prossimo.

Durante il fine settimana, funzionari del governo hanno lavorato in modo frenetico alla revisione del documento Operation Yellowhammer, lasciando sperare Michael Gove, Ministro per la pianificazione di un’uscita dall’UE senza accordo, di poterlo utilizzare pubblicamente per dimostrare che il governo fosse in controllo della situazione. Ma lunedì Gove e altri ministri hanno deciso di abbandonare l’ipotesi della pubblicazione di un documento “annacquato”. Fonti interni rivelano che “la riunione non è andata bene, il tutto è stato visto come troppo pessimista in caso di un no deal”.

Al di là delle posizioni a favore o contro la linea governativa che uno può nutrire, è evidente, purtroppo, che poco si è imparato dalla decisione scellerata di Blair di entrare in guerra in Iraq sulla base di informazioni “confezionate” e “riservatissime”. E’ difficile non vedere un disprezzo profondo nei confronti dei cittadini britannici che dovranno pagare il prezzo di questa ulteriore violazione del loro diritto a conoscere. Più che essere sepolto in qualche cassetto di Downing Street, il “martello giallo” pende sopra la testa del popolo sovrano.

A Hong Kong il ritiro della legge sull’estradizione non è sufficiente
Dal 9 giugno, i manifestanti di Hong Kong hanno esercitato un’enorme pressione sul governo della città e sul regime comunista cinese, con numerose manifestazioni che hanno coinvolto oltre due milioni di persone. Il 4 settembre, l’amministratore delegato di Hong Kong Carrie Lam ha pronunciato un discorso televisivo in cui, per la prima volta, ha proposto il ritiro della legge sull’estradizione verso la Cina. E’ il risultato della continua lotta dei cittadini di Hong Kong.

Tuttavia, sulla base dell’esperienza passata, non dobbiamo lasciarsi andare a facili ottimismi o vedere troppo positivamente il compromesso proposto da Carrie Lam. Gli abitanti di Hong Kong devono valutare attentamente le motivazioni che hanno spinto il loro governo e il regime comunista cinese a fare le concessioni fatte finora. E’ comunque necessario persistere nella lotta, nelle manifestazioni nonviolente e continuare a vigilare e resistere ad ulteriori infiltrazioni e invasioni del PCC nella società civile di Hong Kong.

La repressione del movimento contro il disegno di legge sull’estradizione ha dimostrato l’evidenza del problema dell’uso eccessivo della violenza da parte della polizia di Hong Kong. Le prove rivelano che la polizia di Hong Kong è sempre più controllata dalle autorità della terraferma.

Data la popolazione limitata e le risorse limitate impiegate contro la più grande tirannia del mondo, Hong Kong sta compiendo un miracolo nel difendere la libertà. I cittadini di quella città meritano il nostro rispetto, solidarietà e sostegno. Alcuni sono pessimisti, ma Hong Kong sta guadagnando tempo, e svolte e miracoli vengono col tempo.

Sam Rainsy: perché ho deciso di tornare in Cambogia
Il 7 settembre, Sam Rainsy, co-fondatore e presidente ad interim del Partito di Salvezza Nazionale Cambogiano, presidente onorario del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e membro onorario del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella” ha diffuso la seguente dichiarazione da Parigi, dove vive in esilio auto-imposto.

Ho deciso di tornare nel mio paese quest’anno nonostante il gran numero di condanne e mandati di arresto spiccati nei miei confronti. La mia lotta di 25 anni per la democrazia contro un regime autoritario guidato da ex membri dei Khmer Rossi mi ha reso bersaglio di diversi attentati e ha originato una persecuzione politica e giudiziaria tuttora in corso contro di me. Ma devo tornare per salvare e sviluppare ciò che ho realizzato, vale a dire il lancio delle prime pubblicazioni dell’opposizione, le prime proteste popolari per la libertà e la giustizia sociale, l’organizzazione dei primi scioperi industriali, la creazione del primo sindacato libero dei lavoratori e la fondazione del primo partito opposizione che ha ottenuto una rappresentanza parlamentare e che ha raccolto quasi la metà dei voti popolari alle ultime elezioni alle quali è stato concesso di partecipare.

Ho scelto il 9 novembre come data di ritorno. E’ il giorno dell’Indipendenza della Cambogia e la data della caduta del Muro di Berlino, un evento che segna il ritorno alla libertà agli occhi del mondo.

Il silenzio americano aiuta il trionfo degli autocrati
Questa è una sintesi di Laura Harth dell’articolo “America’s Silence Helps Autocrats Triumph” di Larry Diamond apparso su Foreign Policy il 6 settembre.

Senza il supporto del governo statunitense, le forze per la democrazia in tutto il mondo appassiranno man mano che l’autoritarismo guadagna terreno. Dalla fine della guerra fredda, la democrazia ha fatto molti progressi. Ma ora il destino della libertà è in bilico a livello globale. Negli ultimi mesi, con sorprendente coraggio e risolutezza, i cittadini di Algeria, Sudan, Venezuela e Hong Kong – con numeri e creatività che sfuggono quasi alla comprensione – hanno dimostrato che le aspirazioni alla democrazia non sono morte con l’implosione della primavera araba nel 2013 o l’inesorabile e prepotente ascesa di una Cina neo-totalitaria.

Di fronte alla repressione talvolta brutale e persino mortale dello Stato, la coraggiosa mobilitazione dei cittadini comuni, in difesa dei loro diritti, dovrebbe ispirare tutti colori che vivono in democrazie liberali consolidate. Allo stesso tempo, i venti malati del populismo degli uomini forti, l’intolleranza nei confronti delle minoranze, e la disponibilità a eclissare le norme costituzionali – che hanno già sviscerato la democrazia in paesi com l’Ungheria, la Turchia e il Bangladesh – ora gettano un’ombra sul futuro della democrazia nelle Filippine, la Polonia e l’India, in particolare con il licenziamento del governo dello stato di Kashmir da parte del rieletto primo ministro indiano Narendra Modi-

L’ultradecennale recessione della libertà e della democrazia potrebbe accelerare in un’ondata tumultuosa di crolli democratici, in cui lo slancio politico globale si sposterebbe decisamente a favore delle autocrazie che stanno attivamente cercando di modellare le loro regioni e il mondo a loro immagine – dittature ciniche e ambiziose come quelli in Russia, Iran, Arabia Saudita e Cina. In alternativa, la pacifica mobilitazione del potere delle persone e l’organizzazione intelligente dei movimenti per la democrazia potrebbero dare origine a ciò che il presidente statunitense Abraham Lincoln definiva “una nuova nascita della libertà”.

Ex comandanti delle FARC lanciano un movimento politico indebolendo il processo di pace in Colombia
In un video pubblicato su YouTube, Ivan Marquez, negoziatore capo del gruppo marxista per l’accordo di pace del 2016, ha annunciato la nascita di un gruppo che opererà “clandestinamente”, aggiungendo che “i membri del nuovo movimento avranno una missione nel settore sociale in cui vivono, lavorano o studiano, senza che ciò comporti la conoscenza della loro appartenenza politica.”

Marquez è latitante da più di un anno e le autorità sospettano che abbia trovato rifugio nel vicino Venezuela. Nel video indossa un’uniforme militare, con bandiere FARC appese dietro di lui. È affiancato da 15 uomini armati, tra cui l’ex leader ribelle Hernan Dario Velasquez, alias “El Paisa” e Jesus Santrich. Santrich è stato un fuggitivo dall’inizio dell’anno dopo che gli Stati Uniti hanno cercato di estradarlo con l’accusa di droga.

In un altro videomessaggio del 5 settembre, i tre leader ribelli avevano annunciato il ritorno alle armi, accusando il governo colombiano di aver tradito l’accordo di pace firmato con l’ex presidente Juan Manuel Santos. Secondo l’accordo, la maggior parte dei 7000 combattenti delle FARC avrebbe deposto le armi dopo oltre50 anni di conflitto, ma circa 2.300 di loro si sono rifiutati di farlo. Guidati da Marquez, i ribelli hanno dunque annunciato la creazione di un nuovo gruppo di guerriglia, anch’esso denominato FARC, che inizialmente è stato trasformato in un partito politico con lo stesso nome dopo la firma dell’accordo.

Dopo l’annuncio di Marquez, il presidente colombiano Ivan Duque ha affermato che la Colombia “non deve confrontarsi con una nuova guerriglia, ma con le minacce criminali di una banda di narco-terroristi” e ha accusato il Presidente venezuelano Nicolas Maduro di fornire al gruppo “riparo e sostegno”.

Hong Kong come il Venezuela: l’ultima speranza è Trump
“Presidente Trump: libera Hong Kong!” scrive Luca Marfé su Il Mattino oggi 9 settembre riportando il grido che si leva da oriente. E così il tycoon, costantemente sotto scacco in patria a causa di polemiche interne mai finite, si ritrova in maniera quasi bizzarra eroe altrove. La protesta infiamma letteralmente le strade, tra barricate che si levano come mura di fuoco e la Cina che, dal canto suo, non molla la presa. Decine di migliaia di manifestanti alle porte del consolato a stelle e strisce, dunque. E un messaggio chiaro: abbiamo bisogno di voi, da soli non ce la facciamo.Se non un film già visto, uno scenario socio-politico che presenta un gran numero di punti in comunque con quello del più vicino Venezuela.

“Condividiamo gli stessi valori di libertà e democrazia”, spiega uno dei tanti volti della piazza di Hong Kong. “Gli Stati Uniti sono il Paese della democrazia, Trump è stato eletto dalla sua gente, vogliamo esattamente questo.” La possibilità di scegliere negata invece da Pechino.

Proprio come per Caracas, Trump è tentato dall’idea di recitare la parte del paladino. I suoi consiglieri tendono, però, com’è ovvio che sia, a dissuaderlo. Sul fronte latinoamericano, per le complesse ramificazioni storico-politico-ideologiche che ruotano attorno all’intero continente, in particolare rappresentate dal diffuso e potenzialmente esplosivo sentimento anti-americano. Su quello orientale, per delle relazioni già di per sé al limite dello scontro con la Cina che colpisce e che viene colpita dai dazi. È chiaro che su questo versante specifico passare dalle tensioni economiche a una brusca rottura diplomatica aprirebbe a rischi che è difficile anche soltanto immaginare. Eppure a Hong Kong ci credono. Un po’ come qualcuno continua a crederci pure nella terra di Bolívar. Eppure, quasi incredibilmente, c’è chi ripone in Trump la sua ultima speranza.

IRAN E MEDIO ORIENTE

La visita di Pompeo a Bruxelles vista da Giulio Terzi
La visita di due giorni del Segretario di Stato americano Mike Pompeo a Bruxelles il 2 e 3 settembre ha offerto un’eccellente opportunità per affrontare questioni importanti per le relazioni transatlantiche e identificare una strategia comune assieme alla nuova leadership europea, spiega Giulio Terzi.

L’Ambasciatore statunitense presso l’UE Gordon Sondland ha dichiarato: “In sostanza, voglio tentare di ripristinare la relazione” con la speranza che i funzionari europei vedano la situazione attuale allo stesso modo. I prossimi giorni saranno decisivi per misurare la volontà europea di lavorare con gli Stati Uniti rispetto a minacce e problemi tra i quali figura in primis il regime iraniano e il suo comportamento bellicoso.

L’Iran ha mostrato una crescente aggressività nei confronti del trasporto marittimo commerciale nella regione, come dimostrato dal sequestro di una nave battente bandiera britannica a metà luglio, in rappresaglia ad una propria sospetta di trasportare petrolio in Siria in violazione delle sanzioni statunitensi.

L’UE può decidere di ingannare se stessa credendo che le attività navali del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica siano dirette solo contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, anche se le petroliere sequestrate e danneggiate appartengono anche ad altri paesi tra cui Norvegia e Giappone. Ma è un inganno che non deve essere giustificato, trattandosi di una minaccia legata al terrorismo che Teheran origina e sostiene. Più in generale, le decisioni nei prossimi giorni potrebbero determinare il futuro delle relazioni USA-UE. Gli europei devono riconoscere la necessità di affrontare le minacce iraniane e garantire che il regime debba fare i conti con le conseguenze per comportamenti criminali.

Giulio Terzi a TGCOM24 sul Conte bis e il Medio Oriente
Il 7 settembre, l’Amb. Giulio Terzi, ospite di TGCOM24 ha evidenziato alcune posizioni problematiche del neonato governo Conte bis rispetto ad Israele. Si tratta di problemi che riguardano in particolare l’antisemitismo, il boicottaggio di Israele e, soprattutto i rapporti con Hamas e Hezbollah. “Purtroppo ci sono alcuni ministri che si sono espressi sulla questione israelo-palestinese con affermazioni molto dure: bisogna sanzionare e boicottare Israele. Non Di Maio, il quale però tre anni fa ha insistito per effettuare una visita a Gaza e ha dato l’impressione di voler legittimare Hamas.”

L’Iran minaccia un ulteriore arricchimento dell’uranio
Il 7 settembre le autorità iraniane hanno affermato che d’ora in poi utilizzeranno una serie di centrifughe più rapide e potenti, vietate dall’accordo nucleare del 2015 noto come JCPOA. Sarà possibile andare “ben oltre” gli attuali livelli di uranio arricchito. E’ un avvertimento che l’Iran manda all’Europa, intendendo che il tempo per offrire nuovi termini dell’accordo sta scadendo.

Pur insistendo sul fatto che l’Iran non cerca un’arma nucleare, le parole di Behrouz Kamalvandi dell’Organizzazione per l’Energia Atomica Iraniana fanno capire che Teheran spingerà l’arricchimento dell’uranio a livelli mai raggiunti nel paese. Prima dell’accordo JCPOA, l’Iran aveva raggiunto solo il 20% del livello atomico necessario per sviluppare un armamento efficace, ben lontano dai livelli tecnici richiesti che si aggirano attorno al 90%.

Ad agosto 38 giustiziati in Iran
Il 6 settembre un’organizzazione iraniana Iran Human Rights (IHR) ha riferito che ad agosto in Iran sono state giustiziate 38 persone, il doppio rispetto ad agosto 2018. Secondo IHR, 32 sono stati impiccati per omicidio di primo grado e i restanti 6 per crimini relativi al traffico di droga. Due detenuti sono stati giustiziati con l’accusa di “Moharebeh”, che nella legge islamica significa “fare la guerra contro Dio”. La Repubblica islamica usa questa grave accusa contro coloro che mettono in dubbio le basi del sistema politico islamico o la legittimità del governo clericale in Iran. Due esecuzioni sono avvenute in pubblico. Le altre nelle varie carceri del paese.

La Germania potrebbe designare Hezbollah come organizzazione terroristica
Il 2 settembre il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, in uno scambio con il suo omologo israeliano Israel Katz, ha riferito che Berlino sta prendendo in considerazione la possibilità di designare l’intera organizzazione di Hezbollah come terroristica. Ad oggi, la Germania, come l’UE, designa come gruppo terroristico soltanto l’“ala militare” di Hezbollah.

Miliziani filo-iraniani in Iraq annunciano la formazione di una forza aerea
Il 5 settembre la milizia irachena Hashd al-Shaabi, o Popular Mobilization Forces (PMF), ha annunciato sui media iracheni la formazione della propria forza aerea. Il vice capo delle PMF, Abu Mahdi al-Mohandes, ha ordinato la formazione della direzione della forza affidandola a Salah Mahdi Hantoush.

La decisione arriva poche settimane dopo che una serie di incursioni aeree sospette avevano preso di mira le sedi delle PMF a Baghdad e in altre province irachene. La leadership del PMF incolpa i droni israeliani e le forze statunitensi che operano in Iraq. Israele non ha rivendicato ufficialmente la responsabilità delle incursioni, ma il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha fatto capire il 22 agosto che l’aeronautica israeliana aveva attaccato le milizie appoggiate dall’Iran in Iraq.

Netanyahu aveva dichiarato: “Stiamo agendo in molti teatri contro uno Stato (Iran) che cerca di annientare Israele” aggiungendo che non concederà “l’immunità all’Iran in nessun luogo (…) l’Iran è uno Stato, un potere che ha giurato di annientare Israele. Sta cercando di stabilire basi contro di noi ovunque; nello stesso Iran, in Libano, in Siria, in Iraq, nello Yemen.”

Attacco missilistico di Hezbollah contro Israele
Il 3 settembre Hezbollah ha effettuato un attacco di ritorsione contro Israele. Gli obiettivi erano un veicolo che trasportava alcuni soldati e una base militare vicino al Kibbutz settentrionale di Avivim. Non ci sono state vittime e l’IDF (Israeli Defence Force) ha rivelato in seguito che quella che sembrava essere un’evacuazione dei soldati feriti era in realtà uno stratagemma pianificato per far credere a Hezbollah di aver fatto centro e terminare prematuramente l’operazione. I filmati di sicurezza israeliani hanno mostrato che l’attacco di Hezbollah non è riuscito a colpire il veicolo con i soldati a bordo. Secondo un militare israeliano, il Segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, avrebbe addirittura inviato messaggi all’IDF tramite intermediari chiedendo di fermare i colpi di artiglieria in risposta all’attacco.

Organi di stampa vicini a Hezbollah hanno implicitamente confermato la versione israeliana dell’accaduto e hanno tentato di salvare la faccia concentrandosi su altri “aspetti positivi” dell’attacco. Benché Hezbollah abbia affermato di non essere interessato alla guerra, l’IDF resta in stato di allerta lungo tutto il confine settentrionale e ha schierato batterie missilistiche Patriot nell’area nel caso in cui Hezbollah lanci in Galilea droni carichi di esplosivi.

UNIFIL: l’attacco di Hezbollah è una grave violazione della Risoluzione 1701
Il comandante delle Nazioni Unite ad interim della forza in Libano (UNIFIL) Stefano Del Col ha descritto l’attacco missilistico di Hezbollah contro Israele come una “grave violazione” della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 1701. Del Col ha aggiunto: “È di fondamentale importanza che l’area tra la Blue Line e il fiume Litani sia libera da personale armato, risorse e armi diverse da quelle del governo del Libano e dell’UNIFIL.”

Gli Stati Uniti inseriscono nella lista nera aziende che commerciano con l’Iran
Il 4 settembre gli Stati Uniti hanno inserito nella lista nera “petrolio per terrore” una rete di aziende, navi e persone, presumibilmente dirette dal Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), per aver fornito alla Siria petrolio per centinaia di milioni di dollari in violazione delle sanzioni statunitensi.

Washington ha inoltre pubblicato un nuovo avviso sull’uso delle “pratiche ingannevoli” messe in pratica dall’IRGC nelle spedizioni internazionale per aggirare le sanzioni statunitensi sulle vendite di petrolio iraniano. Gli Stati Uniti hanno ribadito che chiunque intrattenga relazioni commerciali con una delle aziende nella lista nera “si espone alle sanzioni statunitensi”, ha dichiarato il funzionario del Dipartimento di Stato Brian Hook, responsabile della politica statunitense sull’Iran.

Hook ha anche annunciato che gli Stati Uniti offriranno una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per chiunque fornisca informazioni in grado di interrompere le operazioni finanziarie dell’IRGC e del suo braccio paramilitare e di spionaggio, la Forza Quds.

130 morti dopo un attacco aereo in Yemen
Medici yemeniti hanno detto il 6 settembre di aver estratto almeno 130 corpi dalle macerie di un centro di detenzione gestito dai ribelli Houthi colpito all’inizio di questo mese da attacchi aerei della coalizione a guida saudita nel sud-ovest del paese. Il complesso edile faceva parte di un collegio prima che gli Houthi lo trasformassero in un centro di detenzione.

E’ stato uno degli attacchi più cruenti in più di quattro anni di guerra. La coalizione a guida saudita, che combatte gli Houthi appoggiati dall’Iran dal 2015, è criticata per gli attacchi aerei che hanno colpito scuole, ospedali e feste di matrimonio, uccidendo migliaia di civili. La coalizione guidata dai sauditi ha dichiarato di aver bombardato un “legittimo obiettivo militare” e ha accusato gli Houthi di aver usato l’ex collegio come centro di detenzione.

Sembra che nel centro di detenzione si trovassero circa 170 persone quando è stato colpito, soprattutto detenuti catturati da forze vicine al governo dello Yemen riconosciuto dalla comunità internazionale e da civili arrestati per aver criticato gli Houthi negli ultimi anni.

FOTO DELLA SETTIMANA
Mosca, 8 settembre 2019: Alexei Navalny, principale leader dell’opposizione russa, dopo aver votato

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