Ahmet Altan: “Lo Stato di Diritto in Turchia è morto”

Venerdì 16 febbraio è stato inflitto il massimo della pena richiesto dal Pubblico ministero della 26ª corte penale di Istanbul agli intellettuali di fama mondiale Ahmet Altan, Mehmet Altan, Nazlı Ilıcak e ad altri quattro scrittori e giornalisti. E’ l’ergastolo aggravato.

Sono stati condannati per “sovversione dell’ordine costituzionale della Repubblica di Turchia, per appartenenza ad organizzazione terroristica e per favoreggiamento nel fallito golpe del 15 luglio 2016”, che sarebbe stato orchestrato dal predicatore islamico Fethullah Gülen, in esilio volontario in Pennsylvania, che con la sua rete islamica si sarebbe infiltrato negli apparati dello stato.

Si tratta della prima sentenza contro intellettuali incriminati perché sospettati di aver avuto un ruolo nel tentato golpe del 2016. I fratelli Ahmet e Mehmet Altan, la giornalista Nazlı Ilıcak furono arrestati nella prima ondata di repressione post golpe, che si scatenò pochissimi giorni dopo il 15 luglio 2016.

I condannati sono Ahmet Altan, scrittore di 67 anni, i cui libri sono stati tradotti in 25 lingue; suo fratello Mehmet, economista e giornalista, di 65 anni; la giornalista Nazlı Ilıcak, di 74 anni, e i giornalisti Fevzi Yazıcı, Şükrü Tuğrul Özşengül e Yakup Şimşek.

Dovranno scontare la pena a vita in regime di carcere duro, con fine pena mai, in isolamento per 23 ore al giorno e con visite dall’esterno molto limitate. Avranno a disposizione solo dieci minuti di conversazione telefonica ogni due settimane e la possibilità di ricevere visite di parenti una volta ogni 15 giorni. Per motivi di salute potranno essere trasferiti nei reparti ospedalieri della prigione o nei reparti di detenzione degli ospedali di stato.

Tale regime entrerà in vigore quando la sentenza sarà definitiva e dunque quando vi sarà la sentenza di appello. Solo il giornalista Tibet Sanliman, altro imputato nello stesso processo, che era piede libero, è stato assolto.

L’accusa sostiene che gli intellettuali condannati avrebbero fatto parte della cosiddetta “ala mediatica” della rete della comunità islamica di Fethullah Gülen, definita dal governo turco come “Organizzazione terroristica dei seguaci di Fethullah Gülen (FETÖ)”. Di tale ala mediatica farebbero parte anche il giornalista Ekrem Dümanlı, scappato all’estero, caporedattore del quotidiano Zaman che era stato prima commissariato e poi chiuso per decreto nel maggio del 2016; di questa ala avrebbero fatto parte anche i giornalisti Emre Uslu e Tuncay Opçin.

Gli imputati hanno partecipato alle udienze del loro processo in videoconferenza “Segbis” dalla loro prigione di Silivri, il famigerato carcere dei giornalisti così definito per l’alto numero di giornalisti in esso ristretti, in cui sono rinchiusi dal luglio 2016. Le prove a loro carico consistono in alcuni articoli pubblicati su alcuni quotidiani di opposizione, in alcune testimonianze e in quanto rilevato in alcune registrazioni telefoniche (HTS).

L’accusa sostiene che a casa di Ahmet e Mehmet Altan sarebbe stati trovate banconote da un dollaro e che questo costituirebbe una prova della loro appartenenza a FETÖ, perché gli inquirenti ritengono che i seguaci di Fethullah Gülen per riconoscersi tra di loro usino una siffatta banconota.

L’accusa nei confronti dei fratelli Altan e di Nazlı Ilıcak è di aver inviato durante un loro programma televisivo “messaggi a livello subliminale” il 14 luglio 2016, il giorno prima del fallito golpe. Sono accusati in sostanza di aver lanciato messaggi subliminali a coloro che avrebbero messo in atto poi il colpo di stato.

Nella sua ultima deposizione davanti alla 26ª corte penale di Istanbul, Mehmet Altan aveva detto ai suoi giudici: “Oggi in Turchia nessuna istituzione funziona in maniera appropriata, soltanto l’amministrazione delle pompe funebri funziona bene. Nessun può rimanere al potere esercitando questo tipo di violenza. Il potere politico non teme più i generali, teme bensì gli scrittori!”

Occorre ricordare che l’11 gennaio scorso la Corte costituzionale si è vista annullare la sentenza di scarcerazione di due intellettuali Mehmet Altan e Şahin Alpay, da due Corti penali del Tribunale di Istanbul, supportate dal governo turco. Era la prima volta nella storia della Repubblica di Turchia che una sentenza della Corte Costituzionale non veniva rispettata.

“Ci troviamo di fronte ad uno sconcertante contesto privo dei più elementari criteri di uno stato di diritto. In balia dell’arbitrio più totale. In una totale mancanza di certezza del diritto”, commentava, su Cumhuriyet Özgür Mumcu, figlio di Uğur Muncu, scrittore e giornalista investigativo, intellettuale di sinistra di grande prestigio, assassinato il 24 gennaio del 1993 ad Ankara mentre stava mettendo in moto la propria automobile sotto cosa.

Quella sentenza della Corte costituzionale, massimo garante delle istituzioni e della magistratura, pur essendo in piena sintonia con la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani sul ruolo del giornalismo e sulla libertà di stampa in una società democratica, non fu rispettata.

“Vostro Onore, il misero surrogato di atto d’accusa presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto per la legge, è troppo debole per sostenere l’immenso peso della sentenza di ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico ministero, e non merita una difesa seria. Lo Stato di Diritto in Turchia è morto!” Così, Ahmet Altan, nelle sue ultime parole di difesa.

Mariano Giustino

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