Convegno sull’Iran non è il luogo giusto per discutere di diritti umani

Mercoledì 5 dicembre si è svolto a Roma il convegno “Iran e sanzioni: rischi per le imprese italiane e potenzialità“, promosso dall’On. Pino Cabras del Movimento 5 Stelle in collaborazione con l’Istituto internazionale di analisi globali Vision & Global Trends.

Nel trattare principalmente il tema delle sanzioni applicate all’Iran, è emersa l’apertura di un fronte pro-Iran all’interno del governo in cui i diritti umani e lo stato di diritto ancora una volta non sono minimamente presi in considerazione. L’unico oratore a muovere una nota di biasimo al riguardo è stato l’Amb. Bradanini, prontamente neutralizzato con un intervento lapidario del diplomatico iraniano presente che ha affermato “Human Rights are a part of the story but it is not the right place to discuss it”.

Aprendo i lavori del convegno e parlando di “bolla autoreferenziale” rispetto al mondo occidentale che vorrebbe isolare l’Iran in vano, l’On. Cabras ha detto: “Oggi le sanzioni vengono usate in modo ancora più unilaterale. Gli Stati Uniti ne stanno facendo largo uso in questo caso, isolandosi loro forse da una parte della comunità internazionale (…). L’Europa sta iniziando ad avere qualche reazione in proposito con (…) l’elaborazione di un progetto per uno ‘Special Purpose Vehicle’ (SPV), cioè un uno strumento finanziario che non si leghi al meccanismo ‘SWIFT’ statunitense.” Da notare che lo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) ha sede in Belgio e ha carattere neutrale. Cabras ha poi aggiunto: “Come M5S siamo firmatari di un contratto di governo che parla di relazioni internazionali in cui deve essere precipuo l’interesse nazionale dell’Italia in cui si deve dare una grande importanza ai rapporti multilaterali. Questo è uno dei casi in cui bisogna recuperare il senso vero di questo accordo per ragionare su quale sarà il futuro del nostro rapporto con l’Iran.”

Il primo a prendere la parola è stato il giornalista, corrispondente di guerra per Il Sole 24 Ore in Medio Oriente e membro del consiglio dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) Alberto Negri, che ha detto: “Noi con l’Iran non vogliamo interrompere i rapporti. In questi giorni in visita una delegazione scientifica iraniana all’università La Sapienza di Roma. Anche se dovessimo in qualche modo rallentare o addirittura interrompere non per nostra volontà, né nostra né dell’Iran, certi rapporti economici, i rapporti culturali scientifici devono comunque restare. Dobbiamo comunque dare un segnale che l’Iran non viene lasciato solo dall’Italia. Da un punto di vista del Diritto, oggi le sanzioni USA chiedono in realtà a tutti i Paesi, dalla Cina alla Russia, di violare un trattato internazionale, firmato nel 2015, espressione di una risoluzione delle Nazioni Unite di oltre cento pagine. Quando gli Stati Uniti sanzionano le imprese italiane, europee, russe, cinesi o di qualunque altro Paese, in qualche modo ci chiedono di violare gli stessi accordi che noi abbiamo firmato. Non siamo, noi, fuori dalla comunità internazionale, fuori dalla legalità, fuori dalle sanzioni: sono gli americani. Non siamo noi. Questo deve essere chiaro a tutti. Ci viene chiesto di non tener fede a quello che abbiamo firmato. Questo è molto grave perché se rinunciassimo ad affermare questo vorrebbe dire rinunciare ad affermare la nostra sovranità. Questo vale per l’Europa, per la Russia e per la Cina. Non siamo poi tanto soli ad opporsi alle sanzioni degli Stati Uniti. C’è il 90% del mondo. Chi è isolato è qualcun altro. Questo dal punto di vista del diritto. Dal punto di vista della giustizia, che può essere giustizia dal punto di vista del diritto ma anche giustizia morale, il famoso doppio standard che ha caratterizzato per decenni e caratterizza ancora oggi i rapporti tra il mondo occidentale e il Medio Oriente. Sabato tutti i leader mondiali sono andati a stringere la mano al Principe Mohammed Bin Salman, erede del trono saudita, mandante secondo la CIA dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Con l’Arabia Saudita non viene presa nessuna sanzione. Anzi, corrono tutti perché c’è il petrolio, ci sono commesse militari importanti. Il nostro stesso Paese vende bombe all’Arabia Saudita per bombardare la popolazione civile in Yemen. (…) invece con l’Iran siamo costretti a imporre sanzioni e stracciare contratti, impegni presi. Quindi: interessi, diritto internazionale, un senso di giustizia e infine anche un aspetto di Realpolitik. (…) quante volte vi hanno detto che gli Ayatollah iraniani stavano per cadere? Ci hanno provato con la guerra di otto anni portata da Saddam Hussein con il sostegno delle Monarchie del Golfo e dell’Occidente, ma non ci sono riusciti. Hanno abbattuto Saddam Hussein in Iraq e qual è il Paese che ne ha tratto più vantaggio? L’Iran. Come in Afghanistan e come è stato poi in Siria. Realpolitik. Chi ha portato a casa i risultati, non per paura propria, ma per gli errori che noi abbiamo commesso? Attenzione, perché abbiamo stretto le mani a Mohammed Bin Salman perché forse abbiamo paura che quelli veramente in bilico non siano i signori che stanno a Teheran ma quelli che stanno a Ryad.”

Dopo di lui è intervenuto in collegamento da Teheran Augusto Di Giacinto, il Responsabile dell’Ufficio ICE nella capitale iraniana. Parlando a termine della Fiera Iran Text delle macchine tessili, Di Giacinto ha dato alcuni dati interessanti: “Le aziende italiane del settore nel 2017 hanno esportato in Iran 45 milioni di Euro, con un incremento del 175% rispetto al 2016. In questa fiera erano presenti 14 aziende leader mondiali del settore. (…) l’impatto di avere un padiglione italiano con 14 aziende leader nella tecnologia grazie anche al supporto dell’associazione dei costruttori italiani di macchine tessili (ACIMIT) è stato significativo. Le aziende (…) volevano dimostrare di essere assai vicino ai loro clienti iraniani e che sia possibile in un breve futuro trovare delle soluzioni. L’Italia è il primo partner commerciale europeo. Nel 2017, più o meno, abbiamo avuto un interscambio di 5 miliardi di euro. Anche secondo gli ultimi dati dei primi otto mesi del 2018 ancora riusciamo a tenere, perché fino a novembre la situazione era in qualche modo gestibile.(…) L’Iran vuole tecnologia europea e se lasciamo spazi vuoti qualcun altro li riempirà e non vi nascondo che nella fiera delle macchine tessili c’era una presenza cinese ovviamente molto cospicua. È importantissimo continuare a fare promozione ad esserci a far vedere che l’Italia non lascia solo l’Iran.

Alberto Bradanini, già Ambasciatore italiano a Tehran, ha detto: “(…) si dice che la prima vittima di una guerra la verità. In Medio Oriente le guerre sono ovunque, in atto o in potenza, quindi quello che si dice o si pensa o si legge sull’Iran è soggetto al rischio di non corrispondere ad un criterio di verità.” Venendo agli storici rapporti commerciali tra Italia ed Iran, l’Ambasciatore ha ricordato la puntualità dell’Iran confermata da istituzioni finanziarie internazionali: “l’Iran è il Paese più puntuale nei pagamenti. Se non riesce qualche volta a pagare, ahimè, purtroppo questo è colpa nostra, perché le banche sono controllate direttamente o indirettamente dal sistema finanziario americano e quindi le sanzioni colpiscono duramente coloro che violano queste cosiddette sanzioni extraterritoriali.” Ricordando che l’economia iraniana è quasi totalmente in mano al clero politicizzato e ai Guardiani della rivoluzione (IRGC), nonché le accuse di fomentare il terrorismo nella regione e oltre, l’Ambasciatore Bradanini ha ricordato anche il mea culpa che molti paesi occidentali dovrebbero fare nel promuovere in maniera discutibile i loro interessi in quella parte del mondo che adesso è d’interesse cinese. Riferendosi al continente africano ha poi affermato che “(…) se l’Africa cresce da qualche anno del cinque o sei per cento ogni anno, questo è dovuto in gran parte proprio agli investimenti cinesi”. Analizzando poi il punto di vista americano sotto la Presidenza Trump, ha messo in luce i pilastri fondamentali della politica statunitense, a partire dal regime change perseguito in Iran, nozione che l’Ambasciatore invita ad abbandonare come obiettivo degli Stati Uniti. Successivamente ha riportato un comunicato del Dipartimento di Stato americano del primo dicembre scorso in cui si legge che “Il regime iraniano ha appena testato un missile balistico di media portata in grado di trasportare più testate nucleari. Il missile consente di colpire alcune aree dell’Europa e tutto il Medio Oriente. Il test viola la Risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che vieta all’Iran di intraprendere qualsiasi attività relativa a missili balistici che possano trasportare armi nucleari inclusi lanci che utilizzano la tecnologia di tali missili balistici.” L’Ambasciatore si chiede: “perché un grande Paese come gli Stati Uniti d’America deve scrivere una menzogna? La Risoluzione è quella che recepisce l’accordo nucleare che gli americani hanno strappato. C’è una contraddizione plateale. La 2231 non dice nemmeno che l’Iran deve cessare qualsiasi attività, semplicemente si raccomanda all’Iran di cessare qualsiasi attività di carattere missilistico. Evidentemente l’Iran non possiede testate nucleari. Non solo, ma anche se questo accordo nucleare dovesse saltare non è che l’Iran il giorno dopo può costruire legalmente un’arma nucleare perché l’Iran è ancora membro del trattato di non proliferazione.” In chiusura l’Ambasciatore ha mosso una nota di biasimo sulla politica interna dell’Iran: “(…) il regime non è certamente una democrazia e quello che è successo negli ultimi decenni viola pesantemente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti umani e ogni principio etico di un paese moderno e democratico a cui noi teniamo come valori, come paese occidentale, come nazione italiana.”

Il Consigliere per gli Affari Economici dell’Ambasciata iraniana in Italia, Mahmoud Radboui, che ha preso la parola subito dopo l’Ambasciatore ha subito sgombrato il campo esordendo così: “i diritti umani sono parte della storia ma non è il luogo giusto per discuterne.”

Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, ha parlato dell’eterogeneità dell’Amministrazione Trump soffermandosi su alcune figure chiave come il National Security Advisor, John Bolton, “l’uomo del regime change, l’uomo che notoriamente è stato a libro paga per sua stessa ammissione anche di una delle organizzazioni come il MEK, associazioni terroristiche che perseguono apertamente finalità ostili a quella della Repubblica islamica e che sono state in passato peraltro iscritte nelle liste del terrorismo europee ed americane.” Ha poi affermato: “L’Iran ha pienamente rispettato l’accordo JCPOA, su questo non ci sono dubbi. La comunità internazionale lo ha certificato, lo ha certificato l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica. L’Iran è ‘fully compliant’. Se qualcuno solleva problemi sulla missilistica e sulla politica regionale, questo non fa parte dell’accordo. Possiamo aprire altri capitoli di dibattito, possiamo ingaggiare l’Iran su altri capitoli, ma prima dobbiamo rispettare l’accordo. Non possiamo trasformare il JCPOA in un accordo quadro aperto che ogni volta vada ad includere un elemento nuovo. Questo è impossibile e chiaramente non è accettabile dalla controparte iraniana.” E ha aggiunto: “Se devo guardare al lungo periodo, l’Iran è l’unico elemento politico statuale solido, o almeno uno dei degli unici elementi politici statuali solidi della regione.”

Sandro Furlan, analista per Vision & Global Trends, che è stato di recente in Iran, ha affermato: “La situazione non è semplice, non è facile economicamente, ma non si percepisce tra la popolazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, una volontà di vero cambiamento del regime. Di cambiamento della situazione economica sì, di migliorare le condizioni di vita della gente ovviamente sì, ma non viene messa in discussione la struttura del regime. Perché questa si è consolidata negli anni e soprattutto non si vedono alternative. Chi altro potrebbe garantire l’unità del Paese e una certa influenza nella regione? Nessuno. Non certo alcuni rappresentanti che vivono oggi negli Stati Uniti. (…) Quindi non ci sono alternative.”

Matteo Angioli

Il video del convegno è disponibile sul sito di Radio Radicale.

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