“Gorbaciov, l’agente del bene”: l’analisi di Elena Kostioukovitch su La Stampa

Per chi ha osservato Gorbaciov dall’inizio della sua ascesa fino ai vertici della piramide governativa era normale iniziare qualsiasi discorso su di lui con la parola «inaspettatamente»… Perché questo fu Gorbaciov per molti noi: un susseguirsi di sorprese. Il giorno dopo la morte del Segretario Generale Konstantin Chernenko, oscurantista e strangolatore di libertà, l’11 marzo 1985, i membri del Comitato Centrale del Pcus, tutti conservatori, rigidi, dispettosi, si riunirono al Cremlino per trovare un candidato inoffensivo e obbediente che continuasse la linea del partito, come avevano già fatto Breznev, Andropov e lo stesso Chernenko.

La questione decisiva di quella riunione era: «Chi parlerà per primo?». Contraddire un nome voleva dire crearsi un nemico giurato in chi l’aveva presentato (con il rischio che fosse anche una persona vendicativa). Il primo a parlare fu l’arcigno «signor No», il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko, un retrogrado senza uguali. E «inaspettatamente» fece il nome di un semisconosciuto: Mikhail Sergeevich Gorbaciov. È opinione comune che Gorbaciov si sia messo subito a lavorare per aprirsi al progresso: smantellare l’eredità di Stalin, smontare il più possibile quella struttura enorme e aggressiva che era l’Unione Sovietica.

Ma posso assicurare che all’inizio tutto questo non si notava affatto. Direi piuttosto che furono messi in moto, lentamente, alcuni processi non caratteristici della Russia. Poi, come quel battito d’ali di una farfalla del racconto di Bradbury – capace di scatenare un uragano dall’altra parte del mondo – alcune decisioni molto umane e piuttosto impulsive di Mikhail Gorbaciov avviarono processi inarrestabili che, in un modo abbastanza spontaneo, cambiarono il corso degli eventi mondiali in modo irreversibile. La Russia, all’epoca, affondava letteralmente nell’alcolismo: fin dall’epoca zarista, la popolazione si stava di fatto estinguendo a causa del bere senza fine.

Gorbaciov introdusse il proibizionismo, e così un’intera generazione di giovani decise di dedicare le proprie energie a qualcosa di costruttivo. Apparvero i primi germogli di business, i primi segni dell’economia di mercato, sbocciava, «inaspettatamente», l’iniziativa privata. Prima di lui la Russia non consentiva alle donne nessun ruolo in politica, il maschilismo dilagava in ogni ambiente familiare e la violenza domestica era all’ordine del giorno. Gorbaciov invece mostrava al mondo una moglie giovane e bella, elegantemente vestita, e, fatto ancora più importante, non faceva mistero di quanto avesse bisogno di lei. Nel nuovo mondo che stava costruendo, la donna cominciava ad apparire come un soggetto indipendente, sia consigliera degli uomini, sia portatrice di autonomia nell’azione.

Poi, di punto in bianco, durante un discorso formale, Gorbaciov dichiarò qualcosa che era impossibile aspettarsi da un Segretario generale del Pcus: «I valori umani sono più importanti di quelli di classe». Fu sufficiente per trasmettere a tutto il Paese la sensazione di una vera rivoluzione ideologica. Ricordo che in quel giorno dell’ottobre 1986 stavo sbrigando le faccende domestiche, e mio marito guardava alla tv la seduta del Forum di Issyk-Kul (una conferenza di scrittori, sociologi, economisti, futurologi, ecologisti). Irruppe in cucina e mi trascinò verso il televisore gridando: «Non ci crederai, non ci crederai mai, abbiamo un angelo al posto del segretario generale!».

Da qui è nato tutto il resto, in particolare la «glasnost», una parola che è entrata nelle lingue di tutto il mondo. Significava semplicemente «non dire bugie». Sulla stampa cominciarono a essere pubblicati testi che prima erano proibiti, (migliaia di noi aspettavano quel momento da decenni), e la gente smise di avere paura di parlare. Il resto è noto. Non sapendo come affrontare il numero colossale di problemi e di emergenze, Gorbaciov commise un errore dopo l’altro: consentì che molte persone venissero uccise durante un comizio in Georgia il 9 aprile 1989 («La notte delle lame da geniere»); reagì in modo sbagliato alla tragedia di Chernobyl; non alzò un dito quando, il 12 gennaio 1990, sotto la torre televisiva di Vilnius, le truppe sovietiche cercarono di soffocare l’indipendenza lituana. Chi non parla russo dà per scontato che Gorby fosse un intellettuale raffinato. Niente affatto: la sua parlata era goffa, irregolare, con un forte accento da contadino del Sud e frequenti cadute di stile, di cui l’intellighenzia rideva e su cui si facevano battute. Raissa, sua moglie, aveva la stessa difficoltà nel formulare frasi articolate, sembrava quasi spaventata, e comunque estremamente insicura.

Forse è per questo che si vestiva con tanta attenzione: perché era timida. Nella loro storia e nella sua politica non c’era chissà quale istruzione, né una erudizione particolare. E allora chi era, Mikhail Gorbaciov? Era una persona che aveva una disposizione d’animo diretta verso il bene, cosa del tutto inedita fra i leader sovietici, che erano di solito cinici e opportunisti (prima e dopo di lui). Era un uomo a cui era stato consegnato il controllo sull’«impero del male», e lui in questo impero ha iniziato a piantare il bene. Una delle prime cose che fece subito dopo che era stato eletto, fu prendere il telefono e chiamare Sacharov, l’accademico in esilio, proponendogli di tornare a Mosca e di incontrarlo per una conversazione e un consiglio. Dopo aver cominciato a girare per il mondo con la sua amata Raissa, fece sì che tutti noi, abitanti dell’Urss, avessimo il nullaosta per viaggiare.

Nel mio caso, appena ebbi il passaporto in mano, comprai un biglietto di sola andata per l’Italia: era quello che volevo, dopo avere studiato la cultura dell’Italia senza la minima speranza di visitarla. E così sono rimasta in Italia per trentacinque anni. Gorbaciov ha permesso a ogni persona di avere una propria attività, un appartamento di proprietà, una (relativa) indipendenza finanziaria. E, ripeto, in virtù della «glasnost» ha dato a tutti la possibilità di non mentire. L’Unione Sovietica era un regno di menzogne. La Russia di oggi lo è tre volte tanto. Ma durante il governo di Gorbaciov non si doveva mentire. Non sorprende che in seguito a tutto ciò Gorby sia caduto vittima di una cospirazione: sciogliendo l’Urss (di cui Gorbaciov era allora a capo) di nascosto da Gorbaciov, Eltsin (capo della Russia) diventò l’unico leader del Paese, mentre Gorbaciov si scoprì il presidente di un Paese che era scomparso. Gorbaciov ha vissuto il resto della sua vita – gli ultimi trentuno anni – praticamente in esilio, senza quasi la possibilità di comunicare con le persone, e verso la fine, proprio in una condizione di isolamento.

Nel documentario del regista Vitaly Mansky «Gorbaciov. Raya» del 2020, che mostra la terrificante solitudine di quell’uomo anziano, e alla domanda sul bilancio della sua vita, dice: «Ho saputo ritirarmi, ho consentito il cambio di potere». Lasciando intendere che nel caso di Putin abbiamo un terribile esempio del contrario. Non va dimenticato inoltre che Gorbaciov ha fatto il massimo per il disarmo nucleare, se fosse stato al potere più a lungo, se avesse potuto condurre il processo più a fondo, il mondo intero oggi non sarebbe seduto con tanto orrore davanti alla Tv, in attesa di vedere se un pazzo arrivi al punto di premere il pulsante dell’atomica. Gorbaciov è stato un agente del bene, perché gli piaceva fare il bene, e questa è la molla da cui ogni politico dovrebbe essere mosso. A maggior ragione tra quelli che hanno in mano le redini del mondo.

Elena Kostioukovitch