Le Monde rilancia il dibattito sullo Stato di Diritto

Nell’editoriale del 6 gennaio 2016, Le Monde contrappone la Ragion di Stato allo Stato di Diritto secondo una chiave di lettura pienamente conforme a quella che Marco Pannella aveva dato alla prima conferenza internazionale del febbraio 2014 intitolata proprio “Ragion di Stato contro Stato di Diritto”, organizzata dal Partito Radicale al Parlamento europeo a Bruxelles.

Il quotidiano francese scrive: “La ragion di Stato […] entra in conflitto con quella della giustizia – che appartiene allo stato di diritto che vogliamo contrapporre alla barbarie jihadista. Non esiste una via d’uscita semplice a questo tipo di dilemma. Dovremmo esigere, come negli Stati Uniti, che l’esecutivo debba rendere conto in dettaglio al Parlamento, almeno ai membri delle commissioni difesa. […] Comprendiamo le esigenze della lotta contro il terrorismo. Non è sano che rimangano esclusivamente dominio del Presidente e dei Capi di Stato Maggiore.”

L’editoriale riporta alcune recenti modifiche costituzionali in materia di dichiarazione di guerra, che però non vanno abbastanza lontano, lasciando intendere che per affrontare il problema a lungo temine occorre maggiore conoscenza e dibattito. La Francia resta un Paese in cui vige lo stato di emergenza ormai dal novembre 2015 e che vive ancora sotto la minaccia degli attentati.

Le Monde spiega anche bene che la base legittimante dell’estensione alla Siria delle operazioni militari francesi in risposta agli attacchi contro Charlie Hebdo e al Bataclan si è basata su precedenti risoluzioni ONU sull’Iraq integrate, nella impostazione di Hollande, dal diritto alla legittima difesa contro Daesh in base alla Carta Onu. Quello che è stato asserito dalla Francia – senza alcuna contestazione formale né da parte dell’Onu, né di altri Stati – è un importante principio che potrebbe essere in prosieguo asserito anche da altri. Esso potrebbe essere sostenuto non solo per attacchi terroristici, ma anche per casi di altra natura che vengano a compromettere l’integrità statuale e la sicurezza di un popolo.

Non è la prima volta che Le Monde si cimenta in riflessioni tese a sottolineare la centralità di valori e principi democratici incarnati dello Stato di diritto. Questo editoriale conferma ulteriormente che Le Monde è, come lo era per Marco Pannella, un punto di riferimento su tante delle questioni che noi cerchiamo di porre all’attenzione pubblica.

E’ positivo che il Presidente François Hollande abbia scelto di sollevare con la stampa questo tema, anche se la tempistica non è tale da consentire al pubblico francese di esprimersi consapevolmente sulla questione prima dell’adozione delle politiche descritte. Alla conferenza “SOS Stato di Diritto: verso il diritto alla conoscenza” che abbiamo tenuto in Senato il 29 novembre 2016, abbiamo proposto di andare nella direzione auspicata dal quotidiano francese, attuando politiche che bilancino le necessità di ragion di stato e sicurezza con il diritto alla conoscenza e la fiducia e il sostegno popolare. Le possibilità di successo saranno maggiori se, come proponiamo da tempo ormai, gli Stati sapranno attivarsi in sede di Nazioni Unite per una transizione comune verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto alla conoscenza. Come enunciato nello studio presentato alla conferenza del 29 novembre scorso:

“[…] il discorso pubblico può rivelarsi uno strumento forte nel bilanciare la segretezza con la trasparenza, molto più del singolo ricorso sulla base dell’accountability. Halperin presenta esempi concreti di un tale esercizio di bilanciamento con particolare riferimento ad uno dei settori di azione governativa più blindati: le relazioni estere e militari.

Sulla base del suo ragionamento, possiamo per esempio affermare che la composizione tecnica concreta di una nuova arma può essere mantenuta riservata perché la divulgazione di tali informazioni potrebbe avere delle conseguenze dannose per altri diritti umani, in primis per il diritto alla vita. Tuttavia, lo sviluppo, l’esistenza e l’eventuale uso di tali armi dovrebbero far parte del dibattito pubblico dato che essi riguardano una delle decisioni politiche più importanti che un governa possa prendere con mezzi pubblici.

Da questo punto di vista ha poco senso tenere il pubblico nazionale all’oscuro di programmi quali il programma statunitense di droni armati usati per le esecuzioni extragiudiziali, dato che le conseguenze dell’utilizzo di quest’ultimo non possono ragionevolmente essere nascoste, almeno non in una società democratica che gode della libertà di stampa.

Mentre le tempistiche e l’obiettivo preciso di tale attacco possono rimanere riservate prima dell’esecuzione operativa, nessun motivo di sicurezza ragionevole può essere invocato per mantenere segreta l’esistenza di tale programma, oltre allo scopo di evitare il dibattito pubblico a casa. Anche i negoziati nelle relazioni internazionali si prestano ad osservazioni simili. Laddove gli obiettivi iniziali e l’intento di avviare i negoziati dovrebbero essere comunicati al pubblico per consentire il dibattito sulla questione, per ragioni di efficienza potrebbe essere ragionevole non divulgare tutte le informazioni, come gli estremi di un accordo al ribasso prima della conclusione dei negoziati.

Tuttavia, quando nel corso dei negoziati vengono prese decisioni significative – come per esempio la promessa di Tony Blair a George W. Bush, “Sarò con voi in ogni caso”, – queste devono essere immediatamente affidate al dibattito pubblico poiché potrebbero avere un forte impatto sul contenuto di tale dibattito. In questo senso, il principio di discorso pubblico è una componente più forte dei meccanismi di accountability nel necessario bilanciamento tra i motivi oggettivi di sicurezza e il diritto del popolo a conoscere.”

In quest’ottica, il dibattito congressuale e pubblico americano sulla possibilità che la “quinta dimensione della sicurezza” – la Cyber – venga impiegata per attaccare al cuore la democrazia liberale costituisce un impressionante esempio delle situazioni che potrebbero far invocare il principio di autodifesa, anche aldilà di quelle condizioni di “uso palese della forza” che la dottrina classica, maturata nella preistoria tecnologica rispetto al mondo attuale, poneva come pre-condizione. Per ancor meglio cogliere la rilevanza di questi aspetti nella salvaguardia dello Stato di Diritto‎ è necessario ricordare come sia proprio lo strumento Cyber/Signal-Intelligence (SIGINT) a essere quasi sempre determinante nelle decisioni di eliminare terroristi accertati o potenziali nelle zone di guerra contro l’ISIS alle quali si riferisce l’editoriale di Le Monde.

Siamo immersi in una sorta di immenso “Progetto Manhattan” – il programma di ricerca e sviluppo in ambito militare effettuato dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale che portò alla realizzazione delle prime prime bombe atomiche – sviluppato da una decina di Paesi ciascuno per la propria parte, all’oscuro e svincolato da ogni tipo di verifica da parte delle opinioni pubbliche, soprattutto dal punto di vista delle caratteristiche, delle finalità e dei contenuti strategici. Mentre la mancanza di accountability anche in questa materia è evidentemente assoluta per i Paesi autocratici, per le “democrature”, la mancanza di accountability a causa del “diniego” del Diritto alla Conoscenza colpisce, sia pure in diversa misura, anche i paesi occidentali.

Prendiamo come riferimento le comunicazioni che i diversi governi membri della Nato hanno svolto ai rispettivi Parlamenti, e trasmesso al pubblico, sulle rispettive strategie di “Cyber Security” e di “Cyber Defence”. Ricordiamo anche gli impegni che incombono ai Paesi dell’UE per attuare entro il corrente semestre tutte le misure ‎previste dalla “Network and Information Directive” dello scorso anno. Ebbene, mentre i documenti di strategia pubblicati ad esempio da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania entrano in molti aspetti di principio e operativi sulle modalità di difesa, deterrenza, sicurezza e capacità di risposta, e delineano con sufficiente chiarezza strutture e catene di comando, in molti altri Paesi, Italia inclusa, i documenti relativi alla “Cyber defence” nazionale appaiono assai meno trasparenti.

Poco prima di Natale sempre Le Monde aveva riferito della stretta concertazione in corso tra Parigi e Berlino a livello di intelligence per contrastare un probabilissimo, secondo Hollande e Merkel, replay russo di quanto si ha motivo di temere essere avvenuto nelle elezioni negli USA. Le elezioni presidenziali francesi e quelle tedesche sono un boccone troppo ghiotto per il Presidente Putin per avere anche nelle due principali capitali europee leader amici e legati per diversi motivi alla Russia.

Giulio Terzi
Presidente GCRL

Matteo Angioli

Segretario GCRL

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