Rampi e Angioli: il verdetto sui detenuti catalani è una grave ferita allo stato di diritto democratico

Dopo anni di inerzia, seguiti da un improvviso e massiccio ricorso all’uso della forza e del diritto penale da parte di Madrid, oggi si consuma l’atto finale di una rivendicazione prettamente politica che non dovrebbe mai finire nelle aule giudiziarie di nessun Paese al mondo, soprattutto in una democrazia e soprattutto se la rivendicazione è condotta con metodi nonviolenti e democratici. La condanna a pene detentive di oltre 10 anni per gli esponenti del mondo politico e dell’associazionismo catalano costituiscono una grave ferita allo Stato di diritto democratico.

Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle questioni relative alle minoranze, Fernand de Varennes, il 25 gennaio scorso aveva dichiarato che “il dissenso politico nonviolento da parte delle minoranze non dovrebbe dare origine ad accuse penali, poiché tali restrizioni dovrebbero essere imposte solo se strettamente necessarie e proporzionate.”

Con le condanne emesse oggi dai giudici della Corte Suprema, la deriva giudiziaria che interessa la Spagna dal 2017 compie un altro passo autoritario che di fatto porta ad accomunare gli esponenti catalani nonviolenti ai baschi dell’ETA. Una questione di politica territoriale deve essere affrontata nelle aule parlamentari con il confronto e il dibattito democratico, senza prevaricazioni. Quello che distingue una democrazia da un paese autoritario infatti è il diritto all’eresia, perché un paese governato dallo stato di diritto democratico è fondato innanzitutto sulla libertà di espressione.

Roberto Rampi
Senatore eletto con il PD, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale

Matteo Angioli
Segretario del GCRL, membro del Consiglio Generale del Partito Radicale

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