Le Monde: I rischi dello Stato di emergenza permanente

Proponiamo l’editoriale di Le Monde del 13 settembre 2017 critico di un disegno di legge attualmente in discussione all’Assemblea Nazionale francese che propone di trasporre nella legge ordinaria poteri e prerogative tipiche dello Stato di eccezione, a danno delle libertà individuali e dello Stato di diritto.

Nessuno ignora l’inquietante serie di attacchi terroristici che hanno colpito la Francia negli ultimi anni. Il nostro Paese è uno dei bersagli privilegiati della violenza jihadista che dal Medio Oriente diffonde le sue metastasi. Le sconfitte subite in Siria e Iraq dallo Stato Islamico non né segneranno la fine immediata: le poche migliaia di francesi riunitisi sotto quel drappo cercheranno in qualche modo di riconquistare terreno e sono una minaccia aggiuntiva. Il Presidente della Repubblica e il governo lo sanno meglio di chiunque, dato che è loro responsabilità proteggere i Francesi.

In definitiva, è la democrazia stessa ad esser presa di mira ed è legittimo che tenti di difendersi. Lo ha fatto. A partire dai massacri perpetrati da Mohamed Merah a Tolosa e Montauban nel marzo 2012, sono state adottate quattro leggi specifiche per rafforzare l’arsenale penale contro il terrorismo, e diversi altri testi correlati (intelligence, sorveglianza delle comunicazioni, intercettazioni di sicurezza …) hanno completato il dispositivo. Inoltre, dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015, in Francia è stato introdotto lo Stato di emergenza che è stato prolungato fino ad oggi.

Lo Stato di eccezione, per definizione, non può divenire permanente senza che venga messo in discussione lo Stato di diritto. Lo scorso 3 luglio il Presidente della Repubblica parlando alle Camere riunite (Senato e Assemblea Nazionale, ndr) ha detto: “In autunno ristabilirò le libertà dei francesi, perché le libertà sono la condizione per l’esistenza di una forte democrazia.” Lo Stato d’emergenza è stato pertanto esteso per l’ultima volta fino al 1° novembre per consentire al governo di organizzare l’uscita. E’ questo l’obiettivo del disegno di legge elaborato a giugno, adottato dal Senato a luglio e ora in discussione all’Assemblea Nazionale.

In realtà, questo testo cerca di trasporre – in una versione leggermente emendata – le principali disposizioni dello Stato di emergenza nella legge ordinaria: arresto domiciliare (esteso al comune dell’interessato), perquisizioni amministrative (dopo autorizzazione del giudice delle libertà e della detenzione, ma di cui è difficile immaginare il rifiuto dato che si tratta di una minaccia terroristica), possibilità per i prefetti di chiudere luoghi di culto considerati pericolosi… Altre misure che trasferiscono le prerogative della giustizia all’esecutivo e alla polizia. Per quanto riguarda i controlli alle frontiere introdotti di nuovo nel mese di novembre 2015, in deroga agli accordi di Schengen, il governo vuole renderli permanenti in un raggio di 20 km dietro i confini stessi, ma anche attorno ai luoghi di ingresso degli stranieri in Francia (aeroporti, stazioni, ecc), consentendo una forte estensione dei controlli di identità.

Mentre il Consiglio di Stato ha convalidato questo progetto, molti giuristi, il Difensore dei diritti, Jacques Toubon, e la Commissione nazionale per i diritti umani hanno messo in guardia contro la banalizzazione dello Stato di emergenza e contro il rafforzamento di ciò che Mireille Delmas-Marty, un’eminente giurista, ha chiamato“società del sospetto”. Convinto di rispondere alle attese dell’opinione pubblica, il governo rimane determinato a votare questo testo e perfino a inasprirlo. E’ sbagliato. Cancellare il controllo della giustizia indebolisce lo Stato di diritto. L’imperativo della sicurezza non può portare alla messa in discussione delle libertà individuali, ovvero il DNA di una democrazia.

Traduzione a cura di Matteo Angioli. Leggi l’editoriale originale sul sito di Le Monde.

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