Sam Rainsy da Kuala Lumpur: “il cambiamento democratico in Cambogia è possibile”

Fin dallo scorso agosto Sam Rainsy, il leader dell’opposizione democratica cambogiana e presidente d’onore del Partito Radicale, aveva annunciato per il 9 novembre il suo ritorno in Cambogia dopo 4 anni di esilio in Francia. Mentre il governo di Hun Sen – l’uomo al potere a Phnom Penh dal 1985 – sta facendo di tutto per impedire che Rainsy possa tornare nel paese del sud-est asiatico, ieri il leader dell’opposizione in Cambogia è arrivato a Kuala Lumpur, la capitale della Malesia. Il corrispondente dall’Asia per Radio Radicale, Francesco Radicioni, lo ha incontrato nell’albergo in cui soggiorna.

Sam Rainsy, sei ora arrivato a Kuala Lumpur: così vicino alla Cambogia, anche se non c’è un confine comune tra Malaysia e Cambogia. A questo punto qual è il tuo piano?

Il mio piano rimane lo stesso. Il grande piano è quello di ripristinare la democrazia in Cambogia. E il piano più piccolo prevede che i leader dell’opposizione tornino in Cambogia. Per tornare fisicamente. E riusciremo a farlo nel prossimo futuro.

Ieri il governo di Hun Sen ha detto che tu e gli altri leader dell’opposizione potete tornare nel paese, anche se la prospettiva è quella di essere arrestati. Oggi un tribunale di Phnom Penh ha invece rilasciato dagli arresti domiciliari Kim Sokha – un altro esponente importante dell’opposizione – che ora potrà viaggiare in Cambogia, anche se non gli è consentito lasciare il paese o essere impegnato in politica. Che cosa significano questi ultimi sviluppi?

Hun Sen non dice sempre la stessa cosa. Cambia posizione. E se non è lui a cambiare, è uno dei suoi ministri a dire cose diverse. Quindi non sappiamo cosa vogliono, e forse è proprio il loro intento, quello di confonderci. Aspettiamo che siano chiari. Ora dicono che posso tornare. Ma devono ancora revocare il divieto, annullare il divieto alle compagnie aeree di portarmi in Cambogia. Non possono semplicemente dire “puoi venire; non puoi venire”. Devono essere coerenti e prendere decisioni ufficiali, comunicandole alle autorità, alle compagnie aeree, ecc, in modo che sia davvero chiaro. Questo è il primo punto. In secondo luogo, ciò che vogliamo è il ripristino della democrazia in Cambogia. Vogliamo risolvere la crisi politica in Cambogia. Una crisi che è peggiorata. Non si tratta del problema di Kem Sokha come persona. Non si tratta del problema di Sam Rainsy come persona. Si tratta di un problema per il popolo cambogiano: recuperare la nostra libertà, ripristinare la democrazia. Sì, abbiamo bisogno di leader per farlo: di Kem Sokha, di Sam Rainsy. Ma non basta. Sono solo un punto, un elemento in un quadro generale molto più ampio: dobbiamo assicurarci che Hun Sen voglia davvero ripristinare la democrazia. E non soltanto confondere il mondo o l’Unione europea (UE) in particolare. Confondere e ingannare. Hun Sen pensa di poter ingannare la comunità internazionale concedendo qualcosa di irrisorio, risolvendo un problema che lui stesso ha creato. Questa è la sua tattica. E’ la solita tattica a cui ricorre prima dei negoziati: creare problemi. Crea 100 problemi. E poi ne risolve uno, due, tre per accontentare gli interlocutori internazionali. E rispetto ai 99, 98, 97 altri problemi? E’ il suo solito modo di contrattare: ora solleva Kem Sokha dagli arresti domiciliari. Peraltro, è solo un rilascio parziale, non è una vera liberazione perché Kem Sokha non può lasciare il Paese. Kem Sokha non può fare attività politiche. Kem Sokha non può incontrarmi. Ma ha fatto questo piccolo gesto nella speranza che la comunità internazionale, soprattutto l’UE, sia contenta perché Hun Sen ha bisogno che l’Europa mantenga il sistema di privilegi commerciali del programma commerciale Tutto Tranne le Armi. Quindi, tornando alla questione del mio ritorno, è solo un elemento. Il rilascio di Kem Sokha è solo un elemento. Dobbiamo guardare al quadro generale, un quadro molto ampio: quali sono le concessioni generali su molti altri punti che Hun Sen deve fare, che Hun Sen deve promettere, sui quali si deve impegnare? Deve fare concessioni molto più importanti. Parliamo della libertà di stampa. Parliamo della libertà dei sindacati. Parliamo della libertà dei leader sindacali. I sindacati devono poter organizzare e mobilitare i lavoratori, chiedere stipendi migliori, migliori condizioni di vita. Anche queste richieste dei sindacati fanno parte di tutti i problemi che vanno risolti. Dunque non serve un approccio frammentario che riguardi solo Kem Sokha, solo Sam Rainsy. Non basta.

Quale pensi sia ora la strategia di Hun Sen? Negli ultimi giorni ci sono state decine di arresti in Cambogia di esponenti dell’opposizione, le foto di polizia e esercito al posto di confine di Poipet e vicino l’aeroporto di Phnom Penh. L’atteggiamento di Hun Sen sembra essere paranoico.

Dimostra che Hun Sen ha molta paura. Sta andando nel panico. E sta diventando molto incoerente. Negli ultimi mesi mi ha minacciato così: “Non ti avvicinare! Se vieni, ti faccio arrestare. Ti distruggerò!”. Quando gli ho risposto: “Ok, non importa, vengo lo stesso”, ha proibito alle compagnie aeree di trasportarmi in Cambogia. E’ veramente incoerente. E’ pazzo. E tutto questo dimostra soprattutto che ha molta paura. In secondo luogo, vuole rimanere al potere. Ad ogni costo. Usando tutta la violenza, tutte le possibili minacce. Ha arrestato dozzine dei miei sostenitori, dozzine di attivisti. E ha convocato le sue corti, il suo tribunale sommario, perché inserissero nelle liste nere numerose figure scomode, per minacciarle. Poi, sa che uso molto Facebook. Io non ho un canale televisivo, ho solo Facebook. Non ho una radio come quella del Partito Radicale, che è molto popolare. Non ho né radio, né televisione. In Cambogia, ci sono 30 stazioni televisive, tutte controllate dal partito al potere. Quindi il mio unico sbocco, il mio unico mezzo di comunicazione di massa è Facebook. Ho quasi cinque milioni di follower, per cui, quando dico qualcosa, la gente lo sa e può riflettere sulle opinioni e le idee che ho proposto. Così Hun Sen ha perfino minacciato di mandare in galera chiunque mettesse like alla mia pagina! Incarcerare chiunque condivida qualsiasi mio post! Tutto ciò dimostra ancora una volta quanta paura abbia. In pratica, quel che stiamo facendo è una disobbedienza civile. Lui ha detto: “nessun like, nessuna condivisione della pagina Facebook di Sam Rainsy”. E io chiedo alla gente di fare like e di condividere. Perché questo non è un crimine! In nessun posto al mondo fare clic su Mi piace of su Condividi è un crimine. E ci sono così tante persone tra i miei cinque milioni di follower, che se anche solo il 10% di loro, cioè circa 500.000 persone, mettesse un like o condividesse un mio contenuto, lui dovrebbe mandare 500.000 persone in prigione. Come si fa a mettere 500.000 persone in carcere? Non esiste una prigione abbastanza grande per mezzo milione di persone! Quindi la nostra è una campagna pacifica, che dimostra che siamo pacifici, nonviolenti, e che l’ordine di Hun Sen è inaccettabile. Non puoi impedire alle persone di amare, di credere. Puoi ordinare al corpo di non fare determinate cose; puoi tagliarmi la mano pur di non farmi fare qualcosa; puoi tagliarmi i piedi perché non possa andare da nessuna parte; ma non puoi uccidere il mio spirito! Se credo in qualcosa, in qualcuno, questa è la mia ultima libertà! Nella mia testa. Nel mio cuore. Se vuoi opprimere questa libertà di un essere umano, se non vuoi permettergli di pensare, di piacere, di amare, se non vuoi permettergli di credere… è come l’inizio del cristianesimo. Come fai ad impedire alle persone di credere? E’ lo stesso. Hun Sen deve capire che non può vietare alle persone di credere. E voglio che le persone che sostengono il mio partito possano cliccare mi piace, e condividere. Mostrare di credere in qualcosa così non è un crimine! Non hai fatto niente di male! Ciò che è nella tua testa, ciò che è nel tuo cuore, non è un crimine e quindi fallo! Se Hun Sen ci deve arrestare, deve arrestare almeno mezzo milione di persone, e allora sarà la fine del suo regime.

Quando la scorsa estate hai annunciato di voler tornare in Cambogia il 9 novembre hai detto di volerti ispirare al “People Power”: il movimento che nelle Filippine della metà degli anni ’80 portò alla caduta del regime di Ferdinand Marcos e alla restaurazione della democrazia a Manila. Quando ieri sei atterrato in Malesia hai detto che qui la democrazia ha vinto, dopo che lo scorso anno – per la prima volta dal 1957 – c’è stato lo storico successo delle opposizioni alle elezioni dello scorso anno. Pensi che esista un modello per la promozione della democrazia qui nel sud-est asiatico?

Sì, il popolo cambogiano ammira la Malesia. Perché la Malesia ha dimostrato che è possibile porre fine a una dittatura. Che è possibile consentire pensieri diversi, opinioni diverse. Che non esiste l’eternità. Nessun partito politico, nessun leader può godere dell’eternità. In Malesia, dopo il dominio di sessant’anni di un partito, l’opposizione ha vinto. Hun Sen e il suo partito sono al potere da “solo” quarant’anni. Allora è possibile anche per il popolo cambogiano porre fine alla dittatura. E’ possibile che l’opposizione sconfigga questo governo di un singolo partito che dura da così tanto tempo. E in Cambogia è anche peggio, perché durante il governo di un singolo partito in Malesia almeno ci sono stati diversi leader e diversi Primi ministri. In Cambogia invece, sempre solo una persona, un solo Primo Ministro! Quindi non è soltanto il governo di un singolo partito, ma di un singolo individuo! Questo non è un sistema mono-partitico, è il sistema di un uomo. E proprio per questo è ancora più vulnerabile. Per questo è possibile realizzare un cambiamento, un cambiamento democratico!

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