Il diritto alla conoscenza, il Covid-19, l’Iran

Il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, che insieme al Partito Radicale sostiene l’urgenza inderogabile al riconoscimento del “diritto alla conoscenza” quale fondamentale diritto umano, accoglie con vera soddisfazione la decisione del Governo di rendere finalmente disponibili i documenti relativi alle sedute del “Comitato Tecnico-Scientifico” per decidere le primissime azioni da intraprendere nelle fasi di maggiore diffusione del Corona Virus nel nostro Paese, in particolare nelle regioni settentrionali.

Proprio in quest’ottica, il prezioso sostegno della Fondazione Luigi Einaudi-ONLUS all’importante lavoro condotto dagli Avvocati Enzo Palumbo, Andrea Pruiti Ciarello e Rocco Mauro Todero, ha permesso di conseguire questo importantissimo risultato, nonostante l’iniziale ferma opposizione del Governo al ricorso accolto dal TAR del Lazio che sanciva l’accesso agli atti del “CTS”. Inoltre, sull’intera materia del ricorso alla giurisdizione amministrativa e sulle considerazioni di costituzionalità dei DPCM e altre misure governative, nonché sulla loro opportunità politica, fondamentali sono stati i contributi e gli approfondimenti dell’Avvocato Ezechia Paolo Reale, Segretario Generale del Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights.

Nel suo insieme si tratta di un’azione che si colloca perfettamente nella sfera del “diritto alla conoscenza”, della trasparenza e dello Stato di Diritto cui tutti i Paesi dovrebbero ispirare il proprio operato. Per contro, disinformazione, propaganda e spregiudicato utilizzo politico della pandemia da coronavirus hanno accomunato – e in qualche caso legato – alcuni esecutivi dispotici, e in particolare ci riferiamo a quelli più rilevanti di Iran e Cina.

Il regime di Teheran, proprio in questi ultimi giorni, ha dovuto fare i conti con la disastrosa gestione dell’epidemia di COVID-19 arrivando a dichiarare, per mezzo del Ministero della Salute, che nel Paese si registrano “un morto ogni sette minuti”. Un dato che fa rabbrividire, ma che purtroppo è l’unico risultato da attendersi con lo scellerato e criminoso atteggiamento dei vertici del regime stesso.

I timori però di un impatto negativo sulle elezioni e sulla partecipazione popolare alle celebrazioni per il quarantennale della rivoluzione khomeinista hanno indotto il regime a occultare una situazione gravissima lasciando in questo modo il popolo iraniano in balìa del virus, per poi affermare – una volta che il disastro era sotto gli occhi di tutti – che l’epidemia era una scusa inventata dai nemici dell’Iran per scoraggiare le persone dal voto, e infine giungere ad accusare gli Stati Uniti di “attacco biologico”.

Non si può dimenticare come sin dall’inizio, infatti, il regime sapeva che a Qom erano già numerosissimi i casi di Covid-19. E proprio nella città di Qom rimanevano ancora per molto tempo attivi i voli con le province più colpite della Cina. Vale la pena di ricordare che i voli venivano operati dalla compagnia iraniana Mahan Air, tristemente famosa per i suoi legami a doppio filo con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica – Pasdaran, soggetta alle sanzioni del Dipartimento del Tesoro americano e bandita dai cieli di molti Paesi europei, tra cui l’Italia.

Purtroppo la situazione iraniana, per quanto distante fisicamente, ha interessato direttamente l’Italia. Nonostante i provvedimenti di chiusure e restrizioni suggeriti dal Comitato Tecnico-Scientifico e prontamente adottati e addirittura ampliati dal Governo – istituendo la “zona rossa” in tutto il Paese senza distinzioni – si sono registrate preoccupanti falle nel controllo dei confini, come riportato dal quotidiano online Formiche.net, con misteriosi scali tecnici di alcuni voli Iran Air all’Aeroporto di Rimini, da cui risultano siano sbarcati membri degli equipaggi con relativo pernotto in alberghi nella zona circostante.

Certamente ancora più grave l’atteggiamento della Cina, da cui è principiato il diffondersi del COVID-19. Le responsabilità del regime comunista sono emerse chiarissime dall’analisi e dalle incongruenze di una narrativa imposta dal presidente a vita Xi Jinping e divulgata ossessivamente dalla nomenclatura del Partito comunista cinese, inclusi i suoi aggressivi e intolleranti ambasciatori nel mondo e alcuni organi di stampa (anche italiani) molto accondiscendenti alla propaganda cinese.

È la cronologia degli eventi, ad inchiodare Pechino: la prima persona infettata nell’Hubei viene registrata il 17 novembre 2019; The Lancet, autorevole rivista scientifica, riferisce del caso il 1° dicembre; il medico Li Wenliang, che tenta di lanciare l’allarme, viene arrestato e minacciato dalla polizia il 30 dicembre. E solo l’11 marzo Pechino lascia che l’OMS dichiari la pandemia. Ma ancora una volta in grave ritardo a causa delle pressioni sul direttore generale. Da questo scenario non può che emergerne la piena responsabilità soprattutto per aver deliberatamente ostacolato qualsiasi forma di collaborazione scientifica nell’individuare le radici del virus.

È proprio in virtù di elementi così allarmanti che l’Italia deve velocemente ripensare il proprio inquadramento nello scacchiere internazionale, rinunciando ad intese e scambi che non portano alcun vantaggio macroeconomico ma che invece espongono il Paese ad una crescente dipendenza politica, economica e strategica, come nel caso con la Cina, o ad illusori “Eldorado” come quello di Teheran. E l’occasione giusta è rappresentata senz’altro dalla disponibilità a non tenere celati dietro la coltre del “segreto di Stato” i passaggi che hanno caratterizzato l’azione del Governo in questo momento così particolare e complicato. In più, il nostro Paese dovrebbe approfittare del momento per posizionarsi come capofila in quella battaglia civile iniziata da Marco Pannella per il riconoscimento universale del diritto alla conoscenza ed esortare il resto della Comunità Internazionale a rimuovere quelle zone d’ombra – se non oscure – nella gestione della pandemia.

Rodolfo Giannursini

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