N18 – 1/4/2019

PRIMO PIANO

Incontro al Senato sulla legge per le sanzioni mirate: il Global Magnitsky Act
Il 28 marzo si è tenuto in Senato l’incontro “Legge Magnitsky e diritti umani: l’applicazione in ambito europeo” organizzato su iniziativa del Sen. Roberto Rampi, in collaborazione con Open Dialogue Foundation, la Federazione Italiana Diritti Umani, il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e l’EU-Russian Expert Group On Combating Transborder Corruption.

La legge Magnitsky prende il nome dal legale russo anti-corruzione Sergei Magnitsky, che nel 2007-2008 denunciò pubblicamente un’enorme frode fiscale che coinvolgeva funzionari di polizia, magistrati, ispettori del fisco, banchieri e organizzazioni criminali di stampo mafioso. In seguito alle sue denunce, fu arrestato e, dopo undici mesi di detenzione senza processo, morì in una prigione di Mosca, a 37 anni, nel novembre del 2009. L’imprenditore statunitense Bill Browder, suo assistito, lanciò quindi una campagna affinché venissero imposte sanzioni mirate nei confronti dei funzionari coinvolti, finalizzate ad impedire loro di entrare nel territorio USA ed escluderli dal sistema economico-finanziario americano.

Il 10 dicembre 2018 i Ministri degli Affari esteri europei hanno approvato all’unanimità la proposta olandese per un atto legislativo basato sul modello del Global Magnitsky Act a livello europeo. Il 14 marzo 2019, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione a favore di un regime di sanzioni dell’UE, che porterà simbolicamente il nome di Sergei Magnitsky. Nel seminario di Roma è stato presentato l’impianto della norma e la concreta applicazione nei Paesi che l’hanno già adottata, con l’intento di sostenerne l’estensione nel contesto italiano ed europeo.

Tra i relatori è intervenuta Laura Harth, coordinatrice del Consiglio scientifico del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”e Rappresentante all’ONU del Partito Radicale. Il video integrale del convegno è disponibile a questa pagina del sito di Radio Radicale.

L’appello di 41 senatori francesi per il rispetto dei diritti fondamentali in Spagna
Su iniziativa dei François Calvet, Michel Canevet, Ronan Dantec, Pierre Ouzoulias, Simon Sutour e André Gattolin, quest’ultimo membro onorario del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, anche in Francia viene sollevata la questione del rispetto dello Stato di Diritto nell’ambito della vicenda catalana. Il testo lanciato il 24 marzo è il seguente:

Il nostro paese è vicino alla Spagna e alla sua grande regione, la Catalogna, con cui condividiamo una lunga storia. Come europei e come francesi, siamo preoccupati per i gravi eventi che si sono verificati in Catalogna. Mentre è in corso alla Corte Suprema spagnola il processo a carico degli ex membri del governo regionale catalano, l’ex Presidente del Parlamento catalano e i leader di associazioni catalane, noi membri del Senato della Repubblica:

– chiediamo il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali in Catalogna, senza, naturalmente, interferire nei problemi politici di un paese vicino e senza prendere posizione sull’indipendenza della Catalogna;
– denunciamo la repressione di cui sono vittime gli eletti legittimi, i rappresentanti politici della Generalitat della Catalogna imprigionati o costretti all’esilio per le opinioni espresse nell’esercizio del mandato loro affidato dagli elettori;
– notiamo che questa situazione è un vero attacco ai diritti e alle libertà democratiche;
– deploriamo che il nostro Paese sottostimi la gravità di questa situazione;
– chiediamo che la Francia e i Paesi dell’Unione europea intervengano per ripristinare le condizioni del dialogo al fine di trovare soluzioni politiche a un problema politico.

Continua la raccolta firme per salvare Radio Radicale
La petizione indirizzata al Governo Conte per salvare Radio Radicale dalla chiusura imminente a causa del taglio dei fondi ha superato le 40.000 sottoscrizioni online e prosegue assieme alla raccolta fondi per organizzare la Marcia di Pasqua il prossimo 21 aprile per scongiurare la chiusura dell’emittente fondata nel 1976.

Ai primi firmatari della sottoscrizione Rocco Papaleo, Alessandro Haber, Luca Barbarossa, Jimmy Ghione, Alessandro Gassmann si sono aggiunti molti altri esponenti del mondo dello spettacolo, del giornalismo, della politica e del mondo dell’associazionismo. A questa pagina sono raccolte tutte le dichiarazioni espresse a sostegno di Radio Radicale.

IRAN E MEDIO ORIENTE

L’Amb. Giulio Terzi interviene alla Conferenza Internazionale su petrolio e gas
Il 28 e 29 marzo si è svolto a Milano il 5° World Congress & Expo on Oil, Gas & Engineering Petroleum. L’Expo è una piattaforma internazionale per ricercatori di tutto il mondo, per approfondire il tema delle risorse, ampliare i contatti e creare nuove collaborazioni. In questo ambito è intervenuto, il 29 marzo, Giulio Terzi di Sant’Agata, membro del consiglio di amministrazione di UANI e presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”.

La presentazione dell’Amb. Giulio Terzi, intitolata “Il settore energetico dell’Iran: valutare rischi e benefici”, ha offerto una panoramica rispetto all’opportunità di fare affari con il petrolio e il gas iraniano. “Il mio obiettivo è attirare l’attenzione di questa Conferenza sul ruolo particolare che la National Iraian Oil Company (NIOC) gioca nel sostenere il regime iraniano e le attività del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. E’ imperativo che alti funzionari dell’industria petrolifera e del gas apprezzino meglio i rischi e i vantaggi del coinvolgimento di Teheran e dei suoi canali economici illeciti”, ha affermato Giulio Terzi.

“Il World Congress & Expo on Oil, Gas & Petroleum Engineering ha preso una giusta decisione rispetto al sig. Esmaeili, in quanto rappresentante dell’azienda petrolifera e del gas statale iraniana. Non c’è posto per propagandisti sponsorizzati dallo stato iraniano nel settore dell’energia”, ha detto il capo di UANI Amb. Mark D. Wallace. “La NIOC non è soltanto una compagnia petrolifera e del gas, è anche attivamente affiliata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ovvero il veicolo principale per le operazioni terroristiche iraniane”. Infatti, a seguito della pressione di United Against Nuclear Iran sulla potenziale applicazione di sanzioni da parte degli Stati Uniti, gli organizzatori della Conferenza hanno ritirato l’invito a partecipare al rappresentante della NIOC, Abdollah Esamaeili.

Interrogazione al governo italiano sul caso di Nasrin Sotoudeh
In un’interrogazione parlamentare presentata alla Camera, gli on. Valentini, Bergamini e Orsini hanno sollevato la vicenda della condanna a 38 anni di reclusione e 148 frustate in Iran dell’avvocato per i diritti umani e scrittrice Nasrin Sotoudeh. Specificamente, i parlamentari hanno chiesto al Ministro degli Esteri Moavero: “Quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda assumere, per quanto di competenza, sia a livello bilaterale nei confronti delle autorità iraniane, sia a livello multilaterale, per ottenere la liberazione di Nasrin Sotoudeh e porre fine alle pene e ai trattamenti inumani e degradanti che le sono stati inflitti.”

Nella risposta del 28 marzo si legge, tra l’altro, che il Governo “ha espresso forte preoccupazione per i continui arresti e detenzioni di persone che esercitano questi diritti, inclusi giornalisti, attivisti, avvocati e difensori dei diritti umani, così come di avvocati che difendono queste persone, sollecitando il Governo iraniano a rivedere le proprie politiche, azioni e leggi per assicurare la protezione di tali diritti. L’UE ha inoltre sollecitato il Governo iraniano ad adottare ulteriori misure per garantire il pieno godimento dei diritti umani di donne e ragazze. A seguito dell’annuncio della recente condanna di Nasrin Sotoudeh, alla nostra Ambasciata a Teheran è stato anche chiesto di coordinarsi con le altre Rappresentanze UE accreditate nel Paese anche per chiarire i termini della pena inflitta, sui quali vi è divergenza tra dichiarazioni ufficiali delle Autorità iraniane (sette anni) e della famiglia (trentotto anni e 148 frustate). Si tratta di un accertamento non semplice, alla luce di alcune rigidità del contesto locale.”

Firma l’appello per la liberazione dell’avvocato e scrittrice Nasrin Sotoudeh
Prosegue la raccolta firme all’appello lanciato dal Partito Radicale e da Nessuno Tocchi Caino, sostenuto dal Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, per chiedere la liberazione della scrittrice e avvocato dei diritti umani Nasrin Sotoudeh condannata in Iran a 38 anni di carcere e 148 frustate.

Riteniamo vergognosa e inaccettabile la condanna di Nasrin Sotoudeh alla pena senza precedenti di 38 anni di carcere e di 148 frustate per fatti essenzialmente legati alle sue attività di avvocato di detenuti politici e difensore dei diritti umani, per le quali nel 2012 il Parlamento europeo l’ha insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Enormi e politicamente motivate ci appaiono le accuse che le sono state mosse di “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione” e di “essere apparsa in pubblico senza hijab”.

Al contrario, sappiamo che l’attivista iraniana ha dedicato la sua vita a battersi contro la pena di morte e a difendere le persone vittime del regime oscurantista e misogino dei mullah e, in particolare, le donne che tra dicembre 2017 e gennaio 2018 avevano manifestato pacificamente contro la legge della Repubblica Islamica che le obbliga a indossare il velo (Hijab). Ci appelliamo al parlamento e al governo italiani e ai rappresentanti dei parlamenti e dei governi europei perché intervengano con urgenza sulle autorità iraniane per ottenere la liberazione di Nasrin Sotoudeh e porre fine alle pene e ai trattamenti inumani e degradanti che le sono stati inflitti.

Le informazioni che la Germania vuole mantenere segrete
Il Ministero degli Esteri tedesco ha rifiutato di rendere pubbliche alcune informazioni relative al tentativo dell’Iran di proteggere la tecnologia nucleare e missilistica in tutta Europa. In una comunicazione, il Sottosegretario agli Esteri della Germania Niels Annen, scrive che “L’ufficio penale doganale non conserva nessuna informazione relativa al commercio estero”. Secondo Fox News però la Germania avrebbe occultato importanti dati che potrebbero costituire una violazione del dell’accordo nucleare del 2015 (JCPOA) siglato con l’Iran.

A febbraio, il partito tedesco Die Linke ha inviato una richiesta al governo federale, chiedendo il numero di casi, richieste e risultati riguardanti le violazioni delle sanzioni iraniane dici si è occupato l’ufficio penale doganale tedesco tra il 2015 e il 2018. Niels Annen, generalmente considerato solidale con il regime iraniano (ha celebrato la rivoluzione iraniana a fine febbraio presso l’ambasciata di Teheran a Berlino), ha scritto che la politica di divulgazione del governo non è cambiata.

Tuttavia, in un rapporto pubblicato da T-online il 19 marzo, il giornalista Jonas Mueller-Töwe ha scritto che la mancata trasparenza del governo tedesco sulle possibili violazioni delle sanzioni iraniane contraddice le pratiche del paese. Mueller-Töwe ha stigmatizzato l’affermazione di Annen, secondo cui la politica di divulgazione è rimasta invariata, dicendo che “non è corretta”, ricordando che “fino al 2004, grazie all’ufficio penale doganale, il governo federale disponeva di specifici dati dettagliati, paese per paese, sulle esportazioni di armi.”

Prolungato il mandato del Relatore Speciale ONU sui diritti umani in Iran
Il 22 marzo il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha esteso il mandato del Relatore Speciale sulla situazione dei diritti umani in Iran per un altro anno. Javaid Rehman, 32 anni, giurista britannico di origine pakistana e professore di diritto islamico, era stato nominato Relatore Speciale nel luglio 2018 e nella suo ultimo Rapporto presentato al Consiglio ONU per i diritti umani il 27 febbraio, Rehman aveva lanciato un allarme sulle continue violazioni dei diritti umani in Iran, prestando particolare attenzione all’attuazione della pena di morte.

A favore dell’estensione del mandato hanno votato i Rappresentanti di 22 governi, mentre i contrari sono stati sette (Afghanistan, Cina, Cuba, Eritrea, India, Iraq e Pakistan). Gli astenuti sono stati 18.

L’agenzia di stampa ufficiale iraniana (IRNA) ha citato il rappresentante di Teheran presso la sede a Ginevra delle Nazioni Unite, Esmaeil Baghaei Hamaneh, dicendo che la risoluzione fa parte di un’iniziativa “ingiusta, disonesta e ingiustificata elaborata da ‘alcuni governi’. È triste che l’UNHRC sprechi tempo e denaro in iniziative basate su stereotipi inventati da alcuni contro un membro dell’ONU”. Hamaneh ha anche dichiarato che l’Iran è “la democrazia più grande e sviluppata in Asia occidentale e nel mondo”.

Gli alleati dell’Iran sentono il peso delle sanzioni americane
Miliziani siriani sul libro paga dell’Iran hanno subito taglio dei loro salari e progetti che l’Iran aveva promesso in aiuto all’economia malata della Siria sono in stallo. Persino i dipendenti del gruppo libanese Hezbollah affermano di non ricevere da tempo stipendi e altri vantaggi. Il problema è la crisi finanziaria dell’Iran, esacerbata dalle sanzioni americane, che di conseguenza indebolisce l’appoggio ai gruppi militanti e alleati politici che sostengono l’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e altrove.

“I giorni d’oro sono finiti e non torneranno mai più. L’Iran non ha più fondi a sufficienza per noi”, ha detto un miliziano in Siria che recentemente ha perso un terzo del suo stipendio e altri benefici. Gli alleati dell’Iran mostrano cedimenti finanziari in tutto il Medio Oriente.

Parte della tensione potrebbe semplicemente riflettere l’impatto dei prolungati conflitti armati in Siria e in Iraq. Hezbollah, che aveva concentrato le risorse per affrontare Israele lungo il confine meridionale del Libano, ha dirottato uomini e armi in Siria. I combattenti sciiti diretti dall’Iran hanno aiutato a combattere lo Stato islamico dopo che il gruppo militante aveva invaso alcune zone dell’Iraq cinque anni fa.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, non ha nascosto le difficoltà create dalle sanzioni americane, definendole “una forma di guerra”, e ha chiesto al gruppo di avviare una raccolta fondi “per fornire mezzi alla jihad e aiutare la battaglia in corso.”

Stop alle importazioni di petrolio iraniano in Giappone
Il Giappone ha interrotto le importazioni di petrolio iraniano dopo aver acquistato 15,3 milioni di barili tra gennaio e marzo. La sospensione giunge poco prima della scadenza dell’esenzione temporanea di cui il Giappone ha beneficiato rispetto alle sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano. L’esenzione ha permesso ai Giapponesi di acquistare petrolio per altri 180 giorni e scadrà all’inizio di maggio.

“E’ difficile continuare ad importare petrolio iraniano dopo marzo”, ha detto un portavoce del Fuji Oil, sottolineando che le banche e le società assicurative vogliono assicurarsi che tutte le transazioni e le consegne siano fatte molto prima che l’esenzione arrivi a scadenza. L’ultimo carico a bordo della superpetroliera Kisogawa dovrebbe raggiungere il porto di Chiba, in Giappone, il 9 aprile.

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno chiesto a tutti i paesi importatori di tagliare le importazioni di petrolio iraniano a seguito dell’introduzione di sanzioni sul settore petrolifero iraniano a seguito dell’uscita degli Americani dall’accordo sul programma nucleare di Teheran. Tuttavia, Washington ha concesso deroghe temporanee ai maggiori clienti petroliferi dell’Iran: Giappone, Cina, India, Corea del Sud, Taiwan, Italia, Grecia e Turchia.

I raffinatori in Giappone, il quarto maggior consumatore mondiale di petrolio, avevano smesso di importare il petrolio iraniano a metà di settembre, per poi riprendere temporaneamente a fine gennaio dopo che le banche avevano ricevuto assicurazioni governative circa i pagamenti all’Iran.

Le difficili relazioni tra Cina e Iran
La settimana scorsa, il Ministro iraniano dell’Economia era in visita a Pechino per colloqui sugli investimenti bilaterali. La lettura ufficiale delle discussioni al Ministero del Commercio cinese descrive la Cina e l’Iran come “partner strategici globali”. Ne è prova il linguaggio usato dal Presidente Xi Jinping quando, poche settimane prima, ha accolto a Pechino una delegazione iraniana che includeva il Ministro degli Esteri, il Ministro del Petrolio e il Presidente del Parlamento. Xi Jinping ha dichiarato: “Indipendentemente da come cambierà la situazione internazionale e regionale, la volontà della Cina resta quella di sviluppare un partenariato strategico globale con l’Iran”.

In realtà però, la ricostituzione delle sanzioni statunitensi sull’Iran a novembre ha significativamente rallentato gli scambi bilaterali tra Cina e Iran. Le esportazioni cinesi verso l’Iran – principalmente macchinari e componenti per il settore manifatturiero iraniano – sono scese da 1,2 miliardi di dollari a ottobre a 428 milioni di dollari a febbraio. Le esportazioni hanno avuto una media di 1,6 miliardi di dollari al mese nel periodo dal 2014 fino all’inizio del 2018.

Mentre la Cina continua a beneficiare delle risorse energetiche iraniane, l’Iran fatica ad utilizzare i suoi guadagni per acquistare le esportazioni cinesi. Nel medio-lungo termine questo potrà avere un impatto importante sulle relazioni tra i due paesi. Dato che l’Iran è più importante per la Cina come fornitore di energia che come mercato di esportazione, la Cina probabilmente sacrificherà le sue esportazioni in Iran per sostenere le importazioni di petrolio, soprattutto perché non è ancora chiaro se l’Iran abbia la forza necessaria per indurre la Cina non compiere una simile scelta.

Facebook chiude oltre 2000 account per “comportamento non autentico”
Il 26 marzo Facebook ha annunciato la chiusura di molti account in Iran, Russia, Macedonia e Kosovo, a causa di un “comportamento non autentico coordinato”. In totale sono stati rimossi 2.632 pagine, gruppi e account da Facebook e Instagram, di cui 1.907 erano collegati alla Russia e 513 all’Iran. Facebook ha spiegato che le pagine e gli account sono stati chiusi per il comportamento e non per il contenuto.

Incontro a Mosca tra Putin e Aoun
Il 26 marzo il Presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo libanese Michel Aoun si sono incontrati a Mosca per un colloquio sui legami economici e gli interessi geopolitici che legano i due paesi. Il Presidente Aoun ha ringraziato Putin per l’impegno profuso dalla Russia a difensa dei cristiani del Medio Oriente. “Vi ringraziamo per le vostre azioni che difendono le minoranze cristiane nel Levante e speriamo che il vostro aiuto prosegua”, ha detto Aoun.

Parlando poi del riconoscimento da parte degli Stati Uniti delle alture del Golan occupate dalla Siria come parte di Israele, Aoun ha detto che la mossa degli Stati Uniti è “allarmante per i paesi vicini. La decisione di annettere il Golan è in contraddizione con le leggi internazionali dell’ONU e ci dispiace che sia stata presa una tale decisione”.

Putin da parte sua ha descritto il Libano come un “partner tradizionale di lunga data” per Mosca in Medio Oriente. “Manteniamo i nostri legami con la leadership del vostro paese e con i rappresentanti di tutte le forze politiche” ha detto, annunciando che quest’anno si celebrerà il 75° anniversario dell’instaurazione dei legami diplomatici tra Russia e Libano.

L’Iran dietro un attacco missilistico di Hamas in Israele
Un alto funzionario di Hamas, parlando anonimamente a Israel Hayom il 26 marzo, ha affermato che il lancio di un razzo che il giorno precedente aveva colpito un’abitazione a Mishmeret, una cittadina nel centro di Israele, è stato ordinato dall’Iran. Secondo quanto riferito, Hamas avrebbe dato la sua benedizione all’attacco missilistico nel tentativo interrompere la campagna elettorale del Primo ministro Benjamin Netanyahu. L’attacco a Mishmeret ha ferito sette membri della famiglia tra cui due bambini, così come un bambino vicino. Con questo atto l’Iran ha praticamente scavalcato la leadership di Hamas ordinando che una cellula della Jihad islamica operasse fuori dalla Striscia di Gaza per portare a termine l’attacco.

Nuovo attacco israeliano in Siria
L’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani (OSDU), un gruppo di monitoraggio focalizzato in particolare sulla guerra in Siria, ha reso noto che il 27 marzo un attacco aereo notturno israeliano ha ucciso sette combattenti iraniani nel nord della Siria. L’OSDU, che ha sede in Gran Bretagna, ha affermato che l’attacco ha preso di mira un deposito di armi iraniano. I media statali siriani hanno detto che le difese aeree del paese hanno risposto a una “aggressione aerea israeliana” che ha colpito un’area industriale a nord-est di Aleppo, causando solo danni materiali.

Mentre l’esercito israeliano non ha commentato, il 28 marzo il Ministro degli Esteri israeliano Yisrael Katz è stato citato dal quotidiano Haaretz dicendo che “per quanto l’Iran sa, è stato Israele”. Funzionari israeliani hanno più volte espresso preoccupazione per il radicamento iraniano in Siria e il contrabbando di armi sofisticate fornite a Hezbollah in Libano da Teheran, attraverso la Siria. Con la presenza delle forze iraniane e di Hezbollah, il fronte settentrionale di Israele è diventato la priorità numero uno dell’IDF, con l’ex generale Gadi Eisenkot che ha ammesso che Israele ha effettuato centinaia di attacchi contro obiettivi iraniani in Siria.

Il Generale Eisenkot ha detto che Israele “ha operato sotto una certa soglia fino a due anni e mezzo fa”, quando ha ottenuto un “consenso unanime” dal governo per cambiare le regole del gioco, portando al lancio di circa 2.000 missili contro l’Iran e obiettivi di Hezbollah nel 2018.

Quale futuro per le relazioni tra Iran e Venezuela?
Il gruppo militante di Hezbollah potrebbe interrompere le sue attività illecite in Venezuela a causa delle continue crisi politiche e umanitarie che affliggono il paese dell’America Latina. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro ha mantenuto per anni uno stretto rapporto con Hezbollah e l’Iran, permettendo all’organizzazione libanese di raccogliere denaro illecitamente e distribuirlo attraverso centri finanziari in America centrale e meridionale.

Il 26 marzo il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato: “Molte persone non sanno dell’esistenza di cellule attive di Hezbollah in Venezuela e dell’impatto che gli iraniani hanno sui venezuelani e in tutto il Sud America. L’America ha il dovere di eliminare questo rischio”.

Perciò, negli ultimi mesi, gli Stati Uniti hanno inserito Hezbollah tra le prime cinque organizzazioni criminali transnazionali in America Latina, hanno organizzato una conferenza per descrivere le minacce poste da Hezbollah e hanno imposto sanzioni contro diverse figure chiave di Hezbollah. Le sanzioni americane contro il Venezuela, Hezbollah e l’Iran si stanno facendo sentire e di questo paso, secondo vari osservatori, tra non molto Hezbollah potrebbe non essere più in grado di mantenersi attivo nel paese.

Secondo Phillip Smyth, ricercatore presso il Washington Institute for Near East Policy, i finanziatori di Hezbollah “si sono integrati nel governo venezuelano in molti modi diversi”. Joseph Humire, direttore esecutivo del Center for a Secure Free Society, ha dichiarato: “Hezbollah sostiene Maduro attraverso una rete transregionale tra Libano, Siria e Venezuela. La ragione principale per cui Hezbollah sostiene il regime di Maduro è la stessa per cui protegge il governo di Bashar al-Assad in Siria, cioè proteggere la rete logistica necessaria all’Iran per esportare la sua rivoluzione”.

Possibile riduzione della condivisione di intelligence tra Stati Uniti e Israele
Gli investimenti della Cina in Israele potrebbero provocare un ridimensionamento della condivisione dell’intelligence ed altre forme di cooperazione tra gli Stati Uniti ed Israele. Durante una visita a Gerusalemme in cui ha incontrato il Primo Ministro Netanyahu, il 21 marzo il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che “potrebbe essere necessario ridurre la condivisione dell’intelligence e la co-locazione delle strutture di sicurezza”.

In un’intervista sugli investimenti cinesi alla TV israeliana Channel 13, Pompeo ha spiegato che gli Stati Uniti vogliono esser certi che “i paesi alleati lo comprendano e conoscano i rischi connessi“, spiegato che “se alcuni sistemi andranno in determinati luoghi, la collaborazione con l’America si farà difficile e, in alcuni casi, sarà impossibile”.

L’amministrazione del presidente Trump è anche preoccupata per un accordo di leasing che potrebbe affidare a un’azienda cinese la gestione di un porto israeliano usato abitualmente dalla flotta della Marina USA quando opera nel Mediterraneo orientale. “Quando la Cina si comporta in modo trasparente, quando la Cina collabora in transazioni economiche reali, siamo sereni. Quando la Cina spia attraverso le sue imprese commerciali di proprietà statale e crea rischi attraverso i suoi sistemi tecnologici – aziende come Huawei rappresentano un rischio reale per il popolo di Israele – quando succedono queste cose, vogliamo essere certi che i paesi lo sappiano, che conoscano i rischi, e che ogni paese decida sovranamente”, ha dichiarato il Segretario di Stato.

Gli Houthi rallentano ancora il piano di pace in Yemen
Le milizie Houthi sostenute dall’Iran hanno impedito ancora la tenuta di una riunione del Comitato di coordinamento per la ridistribuzione delle Nazioni Unite (Redeployment Coordination Committee, RCC), incaricato di osservare e sostenere l’attuazione dell’accordo di pace di Stoccolma nella città portuale yemenita di Hodeidah. Il portavoce della delegazione del governo yemenita presso l’RCC, Sadiq Dweid, ha detto che gli Houthi hanno rifiutato di partecipare all’incontro previsto il 25 marzo perché contrari a tenerlo in un luogo che fosse sotto il controllo del governo legittimo.

Secondo la prima fase dell’accordo di Stoccolma, siglato tra le due parti a dicembre, gli Houthi dovrebbero ritirarsi a 5 km dai porti di Saleef e Ras Issa. Ma l’intransigenza degli insorti e il loro costante rifiuto di ritirarsi dai porti, hanno costretto il capo della missione di osservazione dell’ONU in Yemen, l’ex generale danese Michael Lollesgaard, a proporre un nuovo piano di ridistribuzione in cui fossero presenti gli osservatori per verificare il ritiro.

Gli Houthi hanno accettato di consegnare le mappe delle mine, ad eccezione di un’area specifica, che considerano la loro linea di difesa. Nel frattempo, l’Ambasciatore saudita in Yemen, Mohammed bin Saeed Al Jaber, che è anche supervisore del programma saudita per lo sviluppo e la ripresa dello Yemen, ha dichiarato che il Regno Unito ha fornito 2,2 miliardi di dollari allo Yemen nel 2018, oltre a un altro 1 miliardo di dollari depositati in precedenza e che il suo paese ha fornito crediti bancari per oltre 805 milioni di dollari per l’acquisto di cibo per il popolo yemenita, senza discriminazioni.

CAMBOGIA

Proteggiamo Kem Sokha e la democrazia in Cambogia
In un intervento sulla rivista online “The Geopolitics”, Sam Rainsy ricorda che Kem Sokha, presidente del principale partito dell’opposizione cambogiana, messo al bando dal Primo Ministro Hun Sen, al potere da 34 anni, rimane agli arresti domiciliari e il periodo di detenzione senza processo supera ormai il limite dei 18 mesi massimi consentiti dalla legge cambogiana. Di fronte alla comunità internazionale, il governo fa il timido tentativo di aggirare la questione dei 18 mesi affermando che Kem Sokha è stato rilasciato su cauzione. Tuttavia, le restrizioni alla libertà di movimento, da quando gli è stato permesso di tornare a casa dopo aver trascorso un anno in una prigione remota, lo limitano a poche strade intorno alla sua casa.

In un discorso alla nazione il 25 marzo, Hun Sen ha chiarito il punto quando ha fatto riferimento a Kem Sokha e alla sua condizione attuale. Nel suo discorso ha chiarito, come se fosse necessario, che il sistema giudiziario di fatto è subordinato alla sua dittatura. “Non ti libererò!” ha detto rivolgendosi direttamente a Kem Sokha e ha aggiunto: “Una volta che il tribunale ti avrà condannato, non ci saranno più problemi”.

L’accusa falsa mossa ai danni di Kem Sokha è servita come pretesto per la dissoluzione arbitraria del CNRP. Il partito deve essere riportato alla vita politica nella sua completezza. Kem Sokha rimane in serio pericolo e merita il sostegno della comunità internazionale mentre resiste alle pressioni della dittatura. Il sistema di pluralismo e democrazia in Cambogia per il quale sta combattendo è garantito da un trattato internazionale vincolante, ovvero gli Accordi di Pace di Parigi del 1991. Il coraggio di Kem Sokha significa che esiste ancora la possibilità che tali accordi un giorno verranno finalmente attuati.

Foto della settimana
Roma, 29 marzo 2019: il Partito Radicale torna a manifestare sulla realtà della Cina comunista e totalitaria e i rischi posti dagli accordi della “Nuova Via della Seta” con l’Italia

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