N 25 – 13/5/2019

PRIMO PIANO

Solo una settimana per salvare Radio Radicale
Da oggi manca una settimana alla fine della Convenzione che permette a Radio Radicale di fornire un servizio pubblico, come riconosciuto dall’AGCOM il 23 aprile scorso. E mentre continuano ad aumentare le delibere e le mozioni approvate da Consigli regionali e comunali per scongiurare la chiusura dell’emittente fondata nel 1976, domenica 12 maggio la petizione online, lanciata da Rocco Papaleo, Alessandro Haber, Luca Barbarossa, Jimmy Ghione e Alessandro Gassmann ha raggiunto e superato le 100.000 firme. Il testo della petizione indirizzata al Governo Conte, ancora aperta alle sottoscrizioni, è disponibile a questa pagina.

Continua inoltre lo sciopero della fame per Radio Radicale di Maurizio Bolognetti, membro della Presidenza del Partito Radicale, giunto al 74° giorno e di Rita Bernardini, coordinatrice della Presidenza del Partito Radicale, giunta al 32° giorno. Sono oltre 200 i cittadini che partecipano all’iniziativa nonviolenta con alcuni giorni di sciopero della fame per la vita di Radio Radicale. A questa pagina si può aderire allo sciopero della fame a sostegno di Radio Radicale.

Nuovi problemi cyber per l’integrità delle prossime elezioni europee
Nella puntata di domenica 12 maggio della rubrica su Radio Radicale “Diritto alla Conoscenza“, in onda alle 20, Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella” e Laura Harth, Rappresentante all’ONU del Partito Radicale, hanno affrontato il rischio di nuove interferenze cyber nelle prossime elezioni europee, posto in particolare da Russia e Cina, ma non solo.

Nel dibattito è emerso infatti il ruolo di Rankwave, una società coreana per l’analisi dei dati operativa sulla piattaforma Facebook, querelata il 10 maggio da Facebook stessa. Rankwave segue un modello imprenditoriale simile a quello di Cambridge Analytica e in un articolo pubblicato da Forbes, si legge che benché Facebook fosse al corrente delle irregolarità commesse da Rankwave da gennaio, non è stata presa nessuna misura per contrastarle, almeno fino allo scorso 10 maggio.

Approfondendo le implicazioni che ciò può avere sulla prossima tornata elettorale europea, Giulio Terzi ha sottolineato come ancora una volta si sia confermato il fatto che Facebook e aziende simili, agiscano solo quando si trovano all’angolo. “La tecnica del ritardo, del lasciar che l’acqua scorra sotto il ponte è una tecnica ormai consolidata da parte di Facebook, YouTube, Google, Twitter, Instagram. Assomiglia molto a ciò che fanno i politici quando sono colti da inchieste giudiziarie o da cattive notizie su quanto hanno combinato a livello politico, cioè cercare di far sì che l’onda passi e chele acque si calmino nuovamente”, ha detto Giulio Terzi.

CINA

Il sottile equilibrio cinese rispetto ad Arabia Saudita e Iran
Mentre l’Iran ha annunciato un ridimensionamento degli impegni presi nell’accordo nucleare del 2015 in un clima sempre più teso dovuto agli effetti delle sanzioni statunitensi, l’8 maggio il Presidente cinese Xi Jinping ha parlato telefonicamente con il re Salman dell’Arabia Saudita di rapporti commerciali ed energetici. Non è un esercizio semplice, ma la potenza cinese riesce a mantenere un equilibrio sottile sia con l’Arabia Saudita che con l’Iran, benché si tratti di una parte del mondo in cui Pechino ha tradizionalmente esercitato un’influenza assai inferiore rispetto a Stati Uniti, Russia, Francia o Regno Unito.

Xi ha detto a Salman che la Cina considera di grande importanza lo sviluppo della partnership strategica con i sauditi, in particolare nella cooperazione energetica. Il Ministero degli Esteri in una nota ha dichiarato: “La Cina apprezza l’impegno dell’Arabia Saudita volto a promuovere le relazioni tra i due paesi e lo sviluppo delle relazioni tra Cina e paesi islamici”.

E benché i sauditi siano schierati con gli statunitensi rispetto all’accordo sul nucleare iraniano, la Cina approva l’attuazione dell’accordo e si dichiara contraria alle sanzioni statunitensi contro la Repubblica islamica. Esprimendo rammarico per l’aggravamento delle tensioni, il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato: “Proteggere e attuare l’accordo globale è responsabilità comune di tutte le parti. Chiediamo a tutti di esercitare moderazione e intensificare il dialogo, evitando un’ulteriore escalation delle tensioni”.

Niente Ramadan per gli Uiguri in East Turkestan
Mentre milioni di musulmani in tutto il mondo hanno iniziato a osservare il mese sacro del Ramadan, il popolo uiguro del Turkestan orientale non può fare altrettanto a causa della persecuzione religiosa e delle restrizioni imposte dal governo cinese. Gli uiguri non possono nemmeno praticare i rituali più basilari della pratica musulmana.

E’ vietato indossare abiti tradizionali islamici, esibire la luna crescente, possedere il Corano e altri testi religiosi, pregare a casa con altri o privatamente, dare ai bambini nomi islamici e educarli all’Islam. Le moschee nel Turkestan orientale sono ormai in gran parte vuote e circondate da filo spinato e telecamere di sicurezza.

“La Cina dice al mondo che rispetta la libertà di religione, quando in realtà priva l’intera popolazione musulmana uigura di quel diritto. Il governo cinese deve rispettare la propria costituzione e il diritto internazionale e cessare l’orribile persecuzione dei musulmani uiguri e di tutti gli altri gruppi religiosi in Cina”, ha affermato il presidente del World Uyghur Congress Dolkun Isa.

Taiwan esclusa ancora dall’Assemblea annuale dell’OMS
Il 6 maggio Taiwan ha condannato il “comportamento barbaro” della Cina responsabile di aver impedito ancora una a volta Taiwan di partecipare all’Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Geng Shuang, portavoce del governo di Pechino, ha dichiarato che Taiwan è stata esclusa in base al “principio della Cina unica”. Il Ministero degli Affari Esteri ha affermato che tale esclusione è in contrasto con la costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) secondo la quale il godimento del più alto standard di salute raggiungibile è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano. Le conseguenze per tutto il mondo saranno negative se organizzazioni internazionali come l’OMS continueranno a piegarsi alle pressioni cinesi.

Dal 2009 al 2016, Taiwan ha partecipato all’Assemblea dell’OMS come osservatore con la denominazione “Taipei cinese”. Ciò era frutto di un accordo speciale negoziato sulla base del “consenso del 1992”, al quale entrambe le parti hanno aderito sotto il “principio della Cina unica”, ha spiegato Geng, specificando che quando il Partito Democratico Progressista di Taiwan (DPP) è giunto al potere, nel 2016, “ha dato precedenza al complotto politico anziché al benessere del popolo di Taiwan, e la cocciuta insistenza separatista ha fatto venir meno le basi politiche per la partecipazione di Taiwan all’OMS”.

Il “principio della Cina unica” postula l’esistenza di una sola Cina al mondo, rappresentata dalla Repubblica Popolare Cinese e che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese. Tale proposta non è accettata dalla stragrande maggioranza dei taiwanesi. Il Kuomintang, partito ora all’opposizione e fautore di una politica più conciliante verso Pechino, considerava il consenso del 1992 una formula in cui c’era solo una Cina, ma ciascuna delle parti poteva definirne il significato. Il nuovo governo taiwanese insediatosi nel 2016 ha respinto il “consenso del 1992” e su pressione cinese l’OMS ha smesso di invitare Taiwan ai suoi incontri annuali a Ginevra.

IRAN E MEDIO ORIENTE

I finanziamenti a Hamas investiti negli attacchi contro Israele
Mentre viene applicato un cessate il fuoco tra Israele e i gruppi terroristici palestinesi nella Striscia di Gaza, United Against Nuclear Iran (UANI) illustra il flusso di armi e finanziamenti ai militanti palestinesi da parte dell’Iran come incitamento al conflitto.

Quattro israeliani sono stati uccisi durante lo scorso fine settimana in cui la Jihad islamica palestinese (JIP) e Hamas hanno lanciato circa 600 razzi contro Israele. JIP e Hamas ricevono un importante sostegno finanziario dall’Iran ed entrambi sono designati dagli Stati Uniti come organizzazioni terroristiche straniere. La JIP riceve il sostegno dall’Iran dal 1987. Hamas, che governa Gaza da oltre dieci anni, riceve ogni anno decine di milioni di dollari dall’Iran.

“Il pericoloso supporto finanziario e materiale dell’Iran è ciò che ha permesso il lancio di centinaia di missili in Israele causando ancora una tragica perdita di vite umane. Gli eventi dello scorso fine settimana dimostrano l’importanza della campagna di massima pressione dell’amministrazione Trump contro l’Iran nel tentativo di privare il regime delle entrate che usa per incitare alla violenza”, ha detto il presidente di UANI Joseph Lieberman.

Come parte della sua risposta agli attacchi missilistici, il governo israeliano ha ucciso un comandante di Hamas, Hammed Ahmad al-Khudari, che aveva contribuito a trasferire milioni di dollari dall’Iran ai militanti di Gaza.

Nel rapporto “Proxy Wars: Regional Dominance Strategy”, UANI documenta come l’Iran sostenga la JIP e Hamas come parte delle sue ambizioni egemoniche. Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, l’Iran ha fornito a “vari gruppi terroristici palestinesi” 100 milioni di dollari all’anno. Tehran ha finanziato la JIP per oltre 30 anni ed il gruppo non nasconde il fatto che l’Iran sia il suo principale sostenitore: “Tutte le armi a Gaza sono fornite dall’Iran (…) la maggior parte di questo sostegno finanziario e militare proviene dall’Iran”, diceva un portavoce della JIP nel 2013.

UN altro rapporto di UANI “Iran’s Ideological Expansion”, dimostra anche come il regime iraniano rimanga la principale forza destabilizzante nella regione, sfruttando una governance debole e vulnerabilità economiche per diffondere il suo dogma rivoluzionario in tutti i territori palestinesi.

Joseph Lieberman e Mark Wallace: Trump deve rinforzare le sanzioni
Come leader di un’organizzazione chiamata United Against Nuclear Iran (UANI), siamo grati per l’audace cambiamento nella politica americana nei confronti dell’Iran attuato dall’amministrazione Trump. Ritirandosi dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), designando il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) come organizzazione terroristica, e aumentando costantemente le sanzioni statunitensi per indebolire la capacità dell’Iran di perpetuare il terrore, Washington sta guidando con chiarezza e determinazione.

Le esenzioni sulle sanzioni statunitensi sono scadute e adesso Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia dovranno azzerare le importazioni petrolifere iraniane o subire le conseguenze legate alle sanzioni. Questa settimana, l’amministrazione Trump ha annunciato nuove sanzioni nei settori dell’acciaio, del ferro, dell’alluminio e del rame dell’Iran.

Tutti questi passaggi erano necessari. Ma si può fare altro ancora. Per ottenere veramente “la massima pressione” sul regime, il Presidente Trump deve applicare le sanzioni all’economia dell’Iran. Ciò significa colmare le lacune sanzionatorie sull’altro pilastro fondamentale dell’economia che dipende dall’esportazione di energia: i petrolchimici. Le esportazioni attuali di prodotti petrolchimici di origine iraniana, come l’ammoniaca, il metanolo e l’urea, generano 13 miliardi di dollari l’anno di entrate per il regime. I petrolchimici sono la seconda più grande industria di esportazione dell’Iran, e l’IRGC è il secondo più grande azionista dopo il governo iraniano stesso nei petrolchimici iraniani.

Benché il Tesoro degli Stati Uniti abbia posto un chiaro divieto su “acquisto, vendita, trasporto o commercializzazione di prodotti petrolchimici dall’Iran”, molte aziende stanno ancora operando grazie all’equivoco per cui le sanzioni non si applicano ai prodotti petrolchimici. Secondo numerosi rapporti su pubblicazioni specializzate in prodotti petrolchimici, fertilizzanti e spedizionieri, attualmente sul mercato globale esistono grandi quantità di prodotti petrolchimici di origine iraniana.

E’ un punto che deve essere affrontato. Il Presidente Trump dovrebbe risolvere l’incertezza invitando il Dipartimento del Tesoro a chiarire, ampliare e riaffermare il divieto con chiarezza. Il regime iraniano sa conosce questa scappatoia e non mancano prove che mostrano come le aziende stiano attivamente commerciando in petrolchimici iraniani in queste diverse forme. Attualmente, solo 11 delle 81 compagnie petrolchimiche iraniane sono sanzionate dall’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (Office of Foreign Assets Control – OFAC). L’OFAC deve elencare in modo specifico le restanti 70 società come entità sanzionate in modo da non lasciare spazio a equivoci o errori. I profitti e le sanzioni non applicate sono entrate che Teheran utilizza per finanziare gruppi terroristici, come Hezbollah in Siria, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen.

Presentato lo studio sul costo della jihad islamica in Iran
Mercoledì 8 maggio, nella sede del Partito Radicale in Via di Torre Argentina 76, su iniziativa di Nessuno Tocchi Caino si è tenuta la presentazione dello studio, curato dal Prof. Baldassarri, intitolato: “Il costo che, in termini di minor PIL ed occupazione, il popolo iraniano paga per il finanziamento estero della jihad islamica da parte del regime. Prime stime econometriche”. All’introduzione e illustrazione da parte dell’autore, Mario Baldassarri, Presidente del Centro Studi Economia Reale, già Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, sono seguiti gli interventi di:

Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, già Ministro degli Esteri; Sen. Roberto Rampi; Sen. Lucio Malan; On. Giuseppe Basini; Rita Bernardini, Presidente di Nessuno tocchi Caino e coordinatrice della Presidenza Partito Radicale; Nicola Ciracì, socio onorario Istituto di ricerca di economia e politica internazionale (IREPI); Behzad Bahrebar, membro del Consiglio nazionale della resistenza iraniana; Sergio d’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino e coordinatore della Presidenza Partito Radicale.

L’incontro è stato moderato da Elisabetta Zamparutti. Sul sito di Radio Radicale è disponibile il video integrale della presentazione.

Pompeo va a Bruxelles, cancellando Mosca, per incontri sul dossier iraniano
Il Segretario di Stato Mike Pompeo ha cambiato il programma del suo viaggio in Europa, sostituendo la tappa prevista a Mosca con una a Bruxelles per discutere con funzionari europei di Iran e di altre questioni. Pompeo dovrebbe comunque recarsi in Russia per incontrare il Presidente Putin e il Ministro degli Esteri Lavrov. Sarà la prima visita in Russia di Pompeo come Segretario di Stato.

Pompeo ha rivoluzionato l’agenda due volte la settimana scorsa, motivando il cambio con ragioni legate all’Iran. Ha annullato una visita a Berlino per volare in Iran e una fermata in Groenlandia per tornare negli Stati Uniti da Londra.

Arabia Saudita, due petroliere ko: “È sabotaggio”. Tensione alle stelle Usa-Iran
Dalle colonne de Il Mattino, Luca Marfé descrive oggi 13 maggio la crescente tensione in Medio Oriente che verde protagonisti Iran e Arabia Saudita, con gli Stati Uniti presenti attraverso le sanzioni sul petrolio iraniano e attraverso la portaerei USS Lincoln, inviata di recente nel Golfo.

Sabotaggio. Una parola sola che rischia di sintetizzare e soprattutto di far riesplodere le tensioni nel Golfo Persico. Con i media americani che non girano troppo attorno ad un’altra parola: guerra. Due petroliere battenti bandiera dell’Arabia Saudita sono state danneggiate a séguito di un attacco che il governo di Riyad non ha esitato ad etichettare appunto come un sabotaggio.

Nessun incidente, dunque. Nessuna casualità. Viceversa la volontà precisa di colpire che rimanda subito all’Iran e alle minacce di Rouhani e dei suoi. Con gli Stati Uniti, ed in particolare con Donald Trump, agitatissimi alla finestra. Si apre dunque una settimana difficile, con Washington che aveva lanciato un avvertimento soltanto qualche giorno fa e con la Casa Bianca che continua a posizionare uomini, missili e portaerei in una sorta di partita a Risiko che potrebbe finire molto male. Gli iraniani provano a sfilarsi rispetto a quanto accaduto e attraverso il portavoce del ministro degli Esteri bollano l’episodio come “allarmante e spiacevole”.

Nonostante la mossa di forma, però, restano al centro dei sospetti e peggio ancora del mirino a stelle e strisce. Con Trump che non vede l’ora di difendere la libertà, di navigazione e più in generale degli alleati, unitamente alla sicurezza dei popoli mediorientali e del prezioso oro nero. Non è ancora chiaro se ci siano oppure no dei versamenti di greggio in mare, il che configurerebbe anche un disastro di natura ambientale, ma le forniture mondiali di petrolio sono a rischio e il prezzo del barile schizza già tra i sessanta e i settanta dollari.

L’Iran pronto a ignorare l’accordo sul nucleare
Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha annunciato mercoledì 8 maggio che il paese non rispetterà alcuni dei punti centrali contenuti nell’accordo sul nucleare del 2015 che avevano limitato l’attività nucleare iraniana, dando ai leader dell’UE 60 giorni per negoziare una soluzione.

Per Richard Nephew, esperto di sanzioni e figura chiave del Dipartimento di Stato nei negoziati con l’Iran dal 2013 al 2014, non esistono minacce nucleari. Piuttosto, ha detto alla CNBC, questi eventi annunciano la ripresa di cammino, lento ma non meno pericoloso, in quella direzione.

“Questa non è una decisione che porterà l’Iran a costruire una bomba. Ma prefigura una escalation grave, specialmente la minaccia di 60 giorni per aumentare i livelli di arricchimento e lavorare sul reattore di Arak”, ha detto Nephew.

Gli europei rifiutano l’ultimatum iraniano
Il 9 maggio i paesi europei hanno dichiarato di voler preservare l’accordo nucleare iraniano respingendo al contempo gli “ultimatum” di Teheran, che ha annunciato l’intenzione di ignorare alcune restrizioni sul programma nucleare violando così il patto internazionale del 2015.

“Rifiutiamo qualsiasi ultimatum e valuteremo la conformità dell’Iran sulla base delle azioni rispetto agli impegni relativi al nucleare. Siamo determinati a continuare a perseguire gli sforzi per consentire il proseguimento del commercio legittimo con l’Iran”, si legge in una dichiarazione rilasciata congiuntamente dall’Unione Europea e dai Ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia e Germania, firmatari dell’accordo, che mirando alla creazione di un veicolo speciale finalizzato all’autorizzazione di scambi con l’Iran con una valuta diversa dal dollaro americano.

Il Presidente francese Emmanuel Macron ha proposto che, piuttosto che abbandonarlo, l’accordo sul nucleare venga esteso ad altre questioni di interesse per l’Occidente, come le politiche regionali iraniane e i missili balistici. Il cancelliere tedesco Angela Merkel vuole evitare un’escalation nella disputa. I paesi europei hanno cercato di sviluppare un sistema che consenta agli investitori esterni di mantenere rapporti commerciali con l’Iran, evitando allo stesso tempo il crollo delle sanzioni statunitensi. Ma in pratica si è provata una strategia fallimentare. Tutte le principali aziende europee che avevano annunciato di voler investire in Iran hanno infatti cambiato idea.

Trump invita gli iraniani a negoziare
Il 9 maggio il Presidente Trump ha esortato la leadership iraniana a dialogare con lui della rinuncia al programma nucleare aggiungendo che non è possibile escludere del tutto un confronto militare date le crescenti tensioni tra i due paesi. Ad una conferenza stampa convocata all’improvviso alla Casa Bianca, Trump non ha voluto rivelare cosa lo abbia spinto a schierare la portaerei USS Abraham Lincoln nella regione a seguito di minacce non specificate.

“Abbiamo informazioni che è meglio non divulgare. Sono minacciosi e dobbiamo dare sicurezza al nostro paese e molti altri”, ha detto Trump che, alla domanda sul rischio di scontro militare ha replicato così: “Immagino che si possa dir sempre così. Non voglio dire di no, ma spero che non accada. Abbiamo una delle navi più potenti del mondo carica e pronta ma non vorremmo impiegarla”.

Trump ha poi espresso la volontà di incontrare i leader iraniani: “Quello che dovrebbero fare è chiamarmi. Possiamo trovare un accordo, un accordo equo. Semplicemente, non vogliamo che abbiano armi nucleari. Non c’è molto altro da chiedere. E li aiuteremmo a rimettersi in ottima forma.”

Trump ha anche accusato l’ex Segretario di Stato John Kerry, che ha contribuito a negoziare l’accordo nucleare Iran del 2015, di aver infranto una legge federale per aver continuato ad avere contatti con gli iraniani. Lo scorso settembre Kerry aveva dichiarato ad un programma radiofonico di aver incontrato il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif tre o quattro volte. Trump ha detto che è una violazione del Logan Act del 1799, legge che proibisce ai privati cittadini americani di negoziare con governi stranieri che hanno una controversia con gli Stati Uniti.

L’Iraq riduce le importazioni dall’Iran del 45%
L’Iraq ha sostanzialmente ridotto le importazioni dall’Iran, secondo un quotidiano economico di Teheran. La diminuzione deriva da in parte da divieti generali su una gamma di prodotti, e in parte dalle sanzioni sulle importazioni iraniane. Il rapporto non specifica il tipo di prodotti che l’Iraq ha vietato, ma in passato Baghdad aveva fermato le importazioni di cemento iraniano. La difficoltà nel sistema di pagamento causato dalle sanzioni statunitensi potrebbe essere una delle principali ragioni per la riduzione.

Le ultime statistiche della dogana iraniana mostrano che le esportazioni non petrolifere verso l’Iraq nei mesi di marzo e aprile erano di 389 milioni di dollari, mentre a febbraio il valore era di 722 milioni di dollari. Nel precedente anno iraniano (21 marzo 2018 – 20 marzo 2019), l’Iran ha esportato quasi 9 miliardi di dollari di prodotti in Iraq, il 37% in più rispetto all’anno precedente.

L’Iraq è il secondo mercato per le esportazioni iraniane, con la Cina al primo posto. Quasi un quarto delle esportazioni dell’Iran va in Iraq. Prima del ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, Iran e Iraq puntavano ad un commercio annuale di circa 20 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi, per contrastare l’impatto delle sanzioni statunitensi, il governo iraniano si è impegnato ad aumentare questa cifra, mirando ad altri prodotti non petroliferi. L’Iran vende elettricità e gas naturale all’Iraq. Tuttavia, nell’ultimo anno fiscale iraniano, il commercio ha raggiunto un volume di soli 3 miliardi di dollari.

Il nuovo AD di Iran Air è un comandante nella lista nera statunitense
Il 6 maggio l’Iran ha nominato un nuovo capo della compagnia aerea nazionale, Iran Air, sostituendo il primo Amministratore Delegato donna con un ex Comandante dell’aeronautica che compare nella lista nera del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

Touraj Dehghani Zangeneh succede quindi a Farzaneh Sharafbafi, la prima donna iraniana che ha gestito la compagnia per due anni. Zangeneh è stato AD di Meraj Air ed è stato preso di mira dalle sanzioni statunitensi all’inizio del 2018. Iran Air aveva in programma di rinnovare la sua flotta dopo la revoca delle sanzioni economiche statunitensi ma il ritiro e la nuova introduzione di queste ultime ha causato la revoca da parte dell Dipartimento del Tesoro statunitense delle licenze per Boeing e Airbus per la vendita di aerei per passeggeri all’Iran.

Il fallimento delle politiche aggressive iraniane
In un articolo comparso oggi su L’Opinione, Domenico Letizia riporta la decisione del presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rouhani di voler di sospendere l’implementazione di alcuni degli impegni previsti dall’accordo sul programma nucleare un anno dopo l’annuncio di Donald Trump del ritiro degli Usa dall’accordo e successivamente l’introduzione delle sanzioni statunitensi.

L’Iran interromperà la dismissione dell’uranio arricchito e dell’acqua pesante che possiede e se entro 60 giorni non verranno introdotte nuove condizioni favorevoli all’Iran intorno all’accordo, ricomincerà ad arricchire l’uranio. Il Segretario di Stato americano Michael Pompeo ha ribadito l’impegno degli Usa di continuare ad applicare la “massima pressione sul regime Iraniano fino a quando i suoi leader non abbandoneranno le loro ambizioni destabilizzanti”.

I ribelli Houthi iniziano (o fingono) il ritiro dai porti dello Yemen
Con un ritardo di oltre cinque mesi rispetto ad un accordo di pace negoziato a dicembre dall’ONU, la mattina di sabato 11 maggio le forze filo-iraniane Houthi in Yemen hanno iniziato a ritirarsi dai principali porti della provincia di Hodeidah. Lo ha annunciato Mohammed Ali al-Houthi, capo del Comitato Rivoluzionario Supremo degli Houthi. Il canale televisivo Al Masirah di Houthi ha detto che gli osservatori delle Nazioni Unite stanno monitorando la ridistribuzione delle truppe, che dovrebbe durare quattro giorni.

Tuttavia, il governatore provinciale Al-Hasan Taher, sostenitore del governo legittimo yemenita, ha affermato che si tratta solo di una messa in scena. “Gli Houthi stanno mettendo in scena un nuovo stratagemma che consentirà loro di mantenere il controllo dei porti di Hodeidah, Saleef e Ras Issa, senza alcun monitoraggio da parte delle Nazioni Unite e del governo”, ha detto all’agenzia di stampa AFP.

Moammar al-Eryani, Ministro dell’Informazione del governo dello Yemen, ha confermato le parole del governatore specificando in cosa consiste l’inganno teso a “disinformare la comunità internazionale”. Parlando alla Reuters, al-Eryani ha detto: “Quello che è successo oggi è un clamoroso spettacolo in cui un gruppo di miliziani [Houthi] ha lasciato [la città] e per farsi sostituire da altri miliziani che indossavano uniformi della polizia della guardia costiera”.

L’ONU ha dichiarato che controllerà la situazione e affinché l’operazione di ritiro e ridispiegamento nelle zone concordate avvenga come stabilito dall’accordo tra le parti. La prima fase del ritiro prevede che gli Houthi si ritirino a cinque chilometri dai tre porti, mentre le forze filogovernative sostenute da una coalizione guidata dagli Arabia Saudita ed Emirati Arabi, posizionate a quattro chilometri dal porto di Hodeidah, si ritirino di un ulteriore chilometro. Il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt ha accolto favorevolmente la mossa di Houthi giudicandola “un passo fondamentale per porre fine a questa guerra brutale”.

CAMBOGIA

L’ASEAN chiede uno stop alla persecuzione politica dell’opposizione
I parlamentari dell’ASEAN per i diritti umani sollecitano il governo cambogiano a cessare la persecuzione politica contro i membri del Partito di Salvezza Nazionale Cambogiana (CNRP) e ad aprire immediatamente un’indagine sulla morte di un attivista del CNRP che si trovava in stato di detenzione.

“Le vessazioni che l’opposizione cambogiana subisce sempre più devono finire immediatamente. Le autorità continuano ad affidarsi ad azioni, in particolare arresti arbitrari e accuse inventate, per colpire chiunque sostenga il CNRP”, ha detto Charles Santiago, deputato della Malesia e presidente della commissione Asian Parliamentarians for Human Rights (APHR). “La Cambogia è già diventata di fatto uno stato monopartitico a partire dalle elezioni dello scorso anno. I continui attacchi contro l’opposizione mostrano che il governo non ha interesse alcuno nel dialogo e che l’unica preoccupazione è quella di rafforzare il controllo del potere”.

FOTO DELLA SETTIMANA
Torino, 7 maggio 2019: Radio Radicale presente al Salone del Libro con il libro pubblicato da “Il Foglio” dedicato all’ex direttore e curatore della rubrica “Stampa e Regime” Massimo Bordin

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