N33 – 8/7/2019

PRIMO PIANO

Esito del 41° Congresso del Partito Radicale
Dal 5 al 7 luglio si è tenuto a Roma il 41° Congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito che, nella mozione approvata a stragrande maggioranza con 176 voti favorevoli, ha indicato quattro macro obiettivi. Il Congresso ha anche eletto Maurizio Turco alla Segreteria e Irene Testa alla Tesoreria. Alla Presidenza d’Onore: l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, già Ministro degli Esteri e presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”; Laura Arconti, militante storica; Abdelbasset Ben Hassan, presidente tunisino dell’Istituto Arabo per i Diritti Umani; Sam Rainsy, capo della opposizione democratica in esilio della Cambogia. I quattro obiettivi della mozione sono:

A – rilanciare il Manifesto-Appello dei Premi Nobel contro lo sterminio per fame nel mondo e promuovere e coordinare un’azione capace di coinvolgere, quali interlocutori, soggetti istituzionali, politici, sociali, religiosi, in una lotta per lo sviluppo impedito dalle speculazioni finanziarie nel mercato dei beni alimentari, dalla concentrazione delle imprese nel settore agro-alimentare, dall’accaparramento delle terre.

B – rafforzare della campagna per il riconoscimento del diritto umano e civile alla conoscenza da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, conditio sine qua non per l’affermazione dello Stato di diritto democratico federalista laico, con la promozione di tutte le iniziative necessarie a tutti i livelli a partire dall’adozione di risoluzioni da parte del Parlamento europeo e dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.

C – proseguire, chiamando a raccolta tutte le forze autenticamente federaliste, la lotta per gli Stati Uniti d’Europa, unica alternativa sia all’assetto intergovernativo dell’Unione europea che ai nazionalismi politici ed ai protezionismi economici.

D – Elaborare un documento di analisi e proposte di riforma per ripristinare valori e regole da Stato di Diritto in Italia, in settori cruciali per la vita democratica, come quelli dell’informazione e dei sistemi elettorali, della amministrazione della giustizia e del carcere, e della lotta alla criminalità, che verrà sottoposta alla discussione del Congresso degli iscritti italiani del Partito Radicale.

La relazione di Giulio Terzi al Congresso del Partito Radicale sulla “cinesizzazione”
Venerdì 5 luglio, Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” è intervenuto nella fase di apertura del 41° Congresso del Partito Radicale a Roma con una relazione sui rischi per lo stato di diritto e la sicurezza posti dalla Cina di Xi Jinping.

“La Cina di Xi Jinping è il punto di arrivo di un sistema di potere centralizzato, assoluto, imperniato sul PCC. Quel sistema aveva origine nella Lunga Marcia della Rivoluzione Maoista di settanta anni or sono. Lo stesso sistema evolveva negli anni Sessanta in senso ancor più repressivo attraverso la Rivoluzione Culturale. Ed era ancora lo stesso sistema a, per così dire, rigenerarsi nell’89, alimentandosi ancora una volta nel sangue; nella repressione di un movimento giovanile che invocava libertà e riforme, ma che veniva massacrato a piazza Tienanmen. Bieco paradosso della storia, nel momento in cui le tirannidi comuniste erano spazzate via da altre parti del mondo”, ha esordito Giulio Terzi, aggiungendo che la Cina “si dichiara tenace sostenitrice della libertà degli scambi, intendendola come libertà di invadere i mercati estesi, ma tenendo rigidamente controllato, protetto e -quando ritenuto utile- isolato il proprio mercato. La Cina pretende di investire e acquisire il pieno controllo nelle reti strategiche dell’energia, dei trasporti, della economia digitale in Europa e in America, ma vieta investimenti stranieri nelle stesse reti in Cina; Pechino esige che Huawei entri nel nostro 5G, una dimensione che aumenta di mille volte il potere di internet, per dominare gestione e flusso dei nostri dati, mentre blinda rigorosamente tutto il cyberspazio cinese alle società e negli operativi delle telecomunicazioni europei e americani.”

Siamo lieti di aggiungere che il Presidente del Global Committee for the Rule of Law ha accettato, in chiusura dei lavori del Congresso, la nomina a Presidente d’Onore del Partito Radicale assieme a Sam Rainsy, Laura Arconti, Abdelbasset Ben Hassen.

Giulio Terzi e Laura Harth al convegno “Diritti Umani violati nei sistemi giudiziari”
Il 3 luglio si è tenuto il Convegno a Roma il convegno “I diritti umani violati dai sistemi giudiziari”, organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con lo European Liberal Forum (ELF).

Sono intervenuti: Giuseppe Benedetto (presidente della Fondazione Luigi Einaudi per Studi di Politica Economia e Storia), Giulio Maria Terzi di Sant’Agata (presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”), Milosz Hodun (componente del Consiglio di Amministrazione dell’European Liberal Forum), Davide Giacalone (vice presidente della Fondazione Luigi Einaudi per Studi di Politica Economia e Storia), Caterina Fratea (professoressa), Laura Harth (rappresentante del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito all’ONU), Paola Balducci (professoressa).

Perché i legami tra Huawei e governo cinese non sono favole
In un’intervista a Formiche.net, Giulio Terzi illustra le ragioni per cui le ricerche che collegano Huawei all’apparato militare e di intelligence della Repubblica Popolare Cinese non dovrebbero stupire, bensì preoccupare.

A seguito di una ricerca condotta dal professore e ricercatore Christopher Balding, l’AmbasciatoreTerzi spiega che “Huawei presenta un’organizzazione di tipo militare, con un grado di fidelizzazione a dir poco giurata dei dipendenti, tenuti a dedicare una devozione assoluta. La fidelizzazione, peraltro, è molto simile a quella che richiesta per i militari, infatti i dipendenti ottemperano a mission per raggiungere una serie di obiettivi strategici di lungo periodo e a livello nazionale. (…) Il colosso cinese si pone come interlocutore primario per i prodotti a basso costo, sia per un discorso di prezzo sia per la disponibilità dei suoi venditori ad andare a coprire i mercati meno favoriti dai grandi gruppi. Una capacità di diffusione enorme che dimostra la grandissima motivazione del personale cinese a costo di qualsiasi sacrificio. La mentalità militare dei cinesi nell’affrontare il business li rende capaci di operare economicamente motivati dalla ‘grande causa’ dell’espansione cinese attraverso una vera e propria affermazione nazionalista.”

A Radio Radicale il Mediatore europeo sostiene il “right to know”
Il 19 giugno il Mediatore europeo Emily O’Reilly ha accolto con favore l’iniziativa del governo olandese, con il sostegno di altri governi UE (Estonia, Irlanda, Lussemburgo, Slovenia e Svezia), per migliorare la trasparenza legislativa nel Consiglio dell’UE. Su questo e sulla campagna del Partito Radicale e del Global Committee per il riconoscimento del diritto alla conoscenza in sede ONU, il 7 luglio Laura Harth ha conversato con il Mediatore europeo O’Reilly a Radio Radicale.

O’Reilly ha dichiarato: “Gli europei hanno il diritto di conoscere cosa fanno il loro governi a Bruxelles. Come evidenziano i sei Stati membri che sostengono l’iniziativa, l’Agenda strategica del Consiglio europeo, che sarà concordata questa settimana, fornisce un’opportunità per modernizzare il processo decisionale dell’UE, aumentare la responsabilità e combattere la disinformazione. Nonostante molti miglioramenti positivi alla trasparenza da parte della Commissione europea e del Parlamento negli ultimi anni, il Consiglio, dove i governi si incontrano, rimane una ‘scatola nera’ e sarebbe una mossa positiva per tutti i cittadini se alcuni degli stati membri più grandi in particolare usassero la loro influenza per aiutare a sbarazzarci della cultura della ‘colpa di Bruxelles’. E’ importante riconoscere il legame tra la mancanza di comprensione e partecipazione dei cittadini da un lato e una corrispondente mancanza di fiducia dall’altro, che può alimentare una cultura anti-UE. Riconoscere la responsabilità condivisa per il processo decisionale e non incolpare “Bruxelles” per le decisioni che essi stessi hanno preso, è un modo in cui i governi nazionali possono aiutare a contrastare quella cultura.”

IRAN E MEDIO ORIENTE

Le tensioni nel Golfo Persico sono il risultato diretto dell’immobilismo europeo
In un articolo pubblicato sulla rivista online “New Europe”, il Presidente Giulio Terzi illustra le crescenti tensioni in Iran dovute ad accordo sul nucleare difettoso fin dalla nascita e ai messaggi ambigui inviati dai diplomatici europei a Teheran che lasciano intendere una posizione ben diversa da quella di Donald Trump. Una posizione cioè di sostanziale sostegno alle autorità iraniane, nonostante le azioni di sostegno al terrorismo internazionale di cui Teheran si rende protagonista. In chiusura del suo articolo, scrive l’Ambasciatore Terzi:

Forse la più grande tragedia di tutto questo è la delusione della generazione più giovane e liberale di iraniani per il fallimento dei leader europei nel fornire stabilità regionale. Se le tensioni dovessero trasformarsi in violenza riecheggeranno presso i giovani europei che si porranno una semplice domanda: “perché non abbiamo agito?”.

Nel guardare all’inasprirsi della situazione nel Golfo Persico, l’UE deve riconoscere le proprie carenze nell’approccio all’Iran. Permettere al regime di affermare il predominio regionale negli ultimi cinque anni senza un significativo contenimento mette Bruxelles tra i colpevoli.

C’è ancora tempo per evitare ulteriore instabilità regionale a lungo termine. L’UE deve agire con gli Stati Uniti, anziché ignorare il problema. Proseguire con l’immobilismo creerà maggiore insicurezza e un pericolo molto più grande alle porte dell’Europa.

L’Iran annuncia una nuova violazione del limite di arricchimento dell’uranio
Domenica 7 luglio le autorità iraniane hanno dichiarato che entro poche ore avrebbero violato i limiti sull’arricchimento dell’uranio stabiliti quattro anni fa dall’accordo JCPOA con gli Stati Uniti e altre potenze internazionali progettato per impedire a Teheran di ottenere l’arma nucleare. Con il ritiro deciso dal presidente Trump degli Stati Uniti dall’accordo, è stato inferto un colpo devastante all’economia iraniana tramite sanzioni volte a tagliare in primis le esportazioni di petrolio a livello globale. Il portavoce del governo iraniano, Ali Rabiei, ha comunicato che l’Iran oltrepasserà la soglia del 3,67% concordata con il JCPOA e ha aggiunto che la futura concentrazione si baserà sui bisogni dell’Iran.

Trump dice all’Iran di fare attenzione dopo l’annuncio di aumentare l’arricchimento dell’uranio
Il 7 luglio, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che “è meglio stare attenti” dopo che Teheran ha annunciato che sarebbe tornata a potenziare l’arricchimento dell’uranio superando il tetto fissato dall’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA). Parlando ai giornalisti, Trump ha anche preso di mira l’Ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Kim Darroch, dicendo che non rende un buon servizio al Regno Unito. L’attacco segue un rapporto che critica l’amministrazione Trump in una serie di note confidenziali.

Il meccanismo commerciale europeo è insufficiente per fare la differenza
Mentre il Ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha dichiarato giovedì 4 luglio, di sperare che entro pochi giorni sia realizzata la prima operazione commerciale con l’Iran realizzata con INSTEX (il nuovo sistema europeo per aggirare le sanzioni statunitensi applicate all’Iran), un diplomatico iraniano, Kamal Kharrazi, ha insistito sul fatto che il veicolo europeo menzionato, al momento, è solo una “pretesa” che non risolverà il problema. Lo strumento a sostegno del commercio e degli scambi, INSTEX, è il nuovo sistema di pagamento europeo per il commercio con l’Iran, progettato per aggirare le sanzioni statunitensi imposte a Teheran. Kharrazi ha spiegato che con i pochi milioni di euro di credito che gli europei hanno assegnato ad INSTEX è impossibile fare alcun tipo di business per l’Iran.

Il Regno Unito tenta di salvare l’accordo sul nucleare
Dopo l’annuncio degli Iraniani di aver infranto i termini dell’accordo sul nucleare il Foreign Office britannico ha chiesto a Teheran di fermare e invertire la rotta. Il portavoce del Ministero degli Esteri del Regno Unito ha detto: “L’Iran ha infranto i termini del JCPOA. Mentre il Regno Unito rimane pienamente impegnato nell’accordo, l’Iran deve immediatamente fermare e invertire tutte le attività in contrasto con i suoi obblighi. Stiamo coordinandoci con altri partecipanti al JCPOA per determinare i prossimi passi previsti dai termini dell’accordo, inclusa una commissione mista.”

Macron tenta di trovare una soluzione sul nucleare iraniano entro il 15 luglio
Il 6 luglio il Presidente francese Emmanuel Macron ha detto di essere d’accordo con il Presidente iraniano Hassan Rouhani di cercare le condizioni per una ripresa del dialogo sulla questione nucleare iraniana entro il 15 luglio.

“Il Presidente della Repubblica ha concordato con la sua controparte iraniana di esplorare entro il 15 luglio le condizioni per riprendere il dialogo tra le parti”, si legge in una nota della Presidenza francese. La dichiarazione aggiunge che Macron continuerà a parlare con le autorità iraniane e le altre parti coinvolte per “impegnarsi a far diminuire le tensioni legate alla questione nucleare iraniana.”

Sequestrata una petroliera iraniana nello stretto di Gibilterra
“La cattura, la settimana scorsa, da parte della Gran Bretagna di una petroliera iraniana costituisce un atto minaccioso che non sarà tollerato”, ha detto l’8 luglio il Ministro della Difesa iraniano Amir Hatami in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione di stato. Il 4 luglio i Royal Marines hanno infatti sequestrato una petroliera a Gibilterra perché accusata di trasportare petrolio in Siria, in violazione delle sanzioni dell’Unione europea sull’Iran. Teheran nega che la nave fosse diretta in Siria.

Le autorità nel territorio britannico hanno dichiarato che la petroliera può essere trattenuta fino a 14 giorni. Un comandante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha minacciato di sequestrare una nave britannica per rappresaglia. “In questi giorni abbiamo assistito a un atto minaccioso del governo dell’Inghilterra nello Stretto di Gibilterra contro una nave cisterna della Repubblica islamica dell’Iran”, ha detto Hatami aggiungendo che “questa è un’azione sbagliata, un’azione simile ad una rapina in stile pirata. Questo atto non sarà tollerato.”

Il parere del coordinatore di UANI sull’arricchimento dell’uranio
Intervistato da CTV il 7 luglio, il policy coordinator di UANI, Jason Brodsky, ha detto che la minaccia proveniente dall’Iran per arricchire l’uranio è credibile. L’Iran stava già arricchendosi di circa il 20% rispetto alle quantità stabilite dall’accordo, prima della firma di quest’ultimo, quindi la minaccia è sicuramente credibile. Ed è questo uno dei problemi con l’accordo sul nucleare iraniano: la facilità con cui l’Iran potrebbe invertire il suo programma nucleare.

La posizione anti-Israele del candidato alla successione di Federica Mogherini
Il futuro capo della politica estera dell’UE, l’ex Ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell, aveva affermato in un’intervista a Politico che bisogna abituarsi al fatto che l’Iran voglia distruggere Israele. Alla domanda sull’accordo nucleare da cui gli Stati Uniti si sono ritirati, Borrell ha risposto: “Gli americani hanno deciso di ucciderlo unilateralmente, senza curarsi degli interessi europei. Non siamo bambini che seguono quello che dicono gli Americani. Abbiamo le nostre prospettive, interessi e strategie, e continueremo a lavorare con l’Iran. Sarebbe molto negativo per noi se gli Iraniani continuassero a sviluppare un’arma nucleare (…) l’Iran vuole annientare Israele; niente di nuovo a riguardo. Dobbiamo conviverci.”

Il 6 novembre, un giorno dopo che gli Stati Uniti hanno reimpostato un’ultima tranche di sanzioni contro l’Iran, Borrell si è unito alle critiche mosse dal Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov agli Stati Uniti, dichiarando di aver rifiutato “qualsiasi tipo di posizione che assomigli a un ultimatum di chiunque e anche degli Stati Uniti.”

Sei egiziani condannati per spionaggio per l’Iran
Il 7 luglio il Tribunale Penale Supremo per la sicurezza dell’Egitto ha condannato cinque imputati a 25 anni di carcere e un altro a 15 anni con l’accusa di spionaggio per l’Iran allo scopo di danneggiare gli interessi militari, politici e nazionali dell’Egitto. La decisione del tribunale include anche una multa di 500.000 lire egiziane (circa 30.000 dollari) per ogni imputato, oltre alla confisca di computer, telefoni, dischi rigidi, documenti e documenti che sono stati posti sotto l’autorità dell’intelligence generale.

In Yemen un fund-raising via radio per i ribelli Houthi
Una campagna di raccolta fondi organizzata da una stazione radio yemenita affiliata ai ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, ha raccolto 73,5 milioni di rial yemeniti (132.000 dollari circa) per il gruppo militante libanese Hezbollah. Secondo l’agenzia di stampa “Saba”, in mano ai ribelli, la campagna radio ha sollecitato donazioni da parte di ascoltatori nella nazione più povera del mondo arabo dal 25 maggio al 5 luglio. È stata la terza campagna di raccolta fondi della radio e la prima per Hezbollah.

In 6 mesi 18.000 violazioni di diritti umani fondamentali in Yemen
Diversi gruppi per i diritti umani in Yemen hanno affermato che le violazioni dei diritti umani da parte dei ribelli Houthi sono aumentate sia a Sanaa che in altre aree del paese sotto il loro controllo. Le milizie ribelli hanno commesso circa 18.000 violazioni negli ultimi sei mesi. Le informazioni si basano sui dati e i rapporti formulati delle strutture dello stato. Le violazioni includono uccisioni, rapimenti, incursioni domestiche, confische di proprietà e arresti arbitrari ai posti di blocco dispiegati soprattutto tra le varie province.

In particolare sono aumentati i sequestri e e l’imprigionamento di donne e bambini e i raid contro le case di giornalisti. Le milizie Houthi operano principalmente attraverso le forze di sicurezza segrete, note come “sicurezza preventiva”.

VENEZUELA

Allarme dell’ONU sugli squadroni della morte in Venezuela
Luca Marfé dà conto su Il Mattino di migliaia di omicidi extragiudiziali e altrettante scene del crimine manipolate ad arte per camuffare vere e proprie esecuzioni di Stato in colluttazioni mai avvenute. Le Nazioni Unite lanciano da Ginevra l’ennesimo allarme attorno al Venezuela di Nicolás Maduro, colpevole, a quanto pare, di servirsi di gruppi armati etichettati come “squadroni della morte” pur di fare piazza pulita di qualsiasi forma di opposizione a un governo che di democratico non ha più nemmeno la parvenza. Frutto di un lavoro d’inchiesta durato anni, il report è dettagliatissimo, traccia statistiche agghiaccianti e in particolare mette in evidenza un’impennata dei casi di “resistenza alle autorità” che hanno destato il sospetto degli ispettori Onu.

Un bollettino incivile di quella che è un’autentica guerra civile: 5287 uccisioni nel 2018, 1569 fino alla metà di maggio del 2019. Il Ministero degli Esteri venezuelano tuona attraverso una nota ufficiale e parla di “visione distorta” di uno scenario su cui gli americani, colpevoli ad oltranza di tutto, non vedono l’ora di mettere le mani. Nel frattempo, unica buona notizia per un Paese oramai distrutto, governo e opposizione si danno appuntamento sull’isola caraibica di Barbados, nel tentativo disperato di aprire un dialogo che possa essere finalmente costruttivo.

Dei due presidenti, però, pare ne arrivi soltanto uno. Juan Guaidó, che ha confermato la sua presenza, potrebbe infatti doversi accontentare degli emissari di Maduro. Ciononostante, l’obiettivo resta lo stesso di sempre: transizione politica e nuove elezioni al vertice. Libere e sotto lo sguardo vigile della Comunità Internazionale.

CAMBOGIA

Il ruolo della Cambogia nella guerra commerciale di Trump
In un articolo del 3 luglio sulla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, Sam Rainsy scrive che con il Primo Ministro Hun Sen, la Cambogia è diventata un paradiso fiscale per le aziende che vogliono eludere regole e tariffe – come quelle imposte dagli Stati Uniti – che rappresentano una minaccia per i loro profitti. Nel 2017, per esempio, l’agenzia statunitense per la protezione delle dogane e delle frontiere aveva “prove sostanziali” che Ceka Nutrition aveva esportato la glicina di origine cinese (un composto chimico utilizzato negli alimenti e nei prodotti farmaceutici) attraverso la Cambogia per evitare un dazio anti-dumping statunitense. E non è l’unico caso.

Nel 2018, la società di sicurezza privata americana Academi (ex Blackwater), che nel 2010 aveva accettato di pagare una multa di 42 milioni di dollari per aver violato le norme statunitensi sull’esportazione, ha identificato la Cambogia come un obiettivo per gli investimenti relativi alla Belt and Road Initiative.

Se tutto questo è utile per alcuni corrotti, è però un male per la Cambogia. Già il deterioramento della democrazia e dei diritti umani del paese sta minacciando l’accesso al mercato dell’Unione europea, di cui la Cambogia gode attraverso il regime preferenziale commerciale noto come “Tutto tranne le armi”. L’ultima cosa di cui la Cambogia ha bisogno è rischiare rappresaglie economiche per favorire le ditte cinesi a schivare le tariffe americane. Eppure è proprio quel che il governo di Hun Sen intende fare.

La Cambogia deve tornare al percorso democratico stabilito con l’Accordo di Pace del 1991, creando istituzioni locali forti e trasparenti in grado di controllare in modo affidabile i flussi di merci e denaro. Sfortunatamente, sono poche le ragioni per credere che questa sia la strada che Hun Sen percorrerà. Tutto questo non lascia intravedere nulla di buono sul rispetto delle tariffe commerciali statunitensi contro la Cina, né per il futuro della Cambogia.

FOTO DELLA SETTIMANA
Roma, 5 luglio 2019: Giulio Terzi di Sant’Agata interviene in apertura del 41° Congresso del Partito Radicale

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