Lo Stato di Diritto e la Giornata dei Diritti Umani

Il 10 dicembre, Giornata dei Diritti Umani, il mondo commemora l’adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 69 anni fa. Vale la pena sottolineare che i diritti umani e lo stato di diritto sono universali, in quanto, come afferma la Dichiarazione, “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”.

E’ una buona occasione quindi per rileggere un editoriale di Louise Arbour, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, pubblicato sul New York Times il 26 settembre 2012, in cui illustra la fondamentale distinzione tra “rule of law” (stato di diritto) e “rule by law” (governo della legge).

 

Lo Stato di Diritto
Louise Arbour

Lo Stato di Diritto.

Tutti ci credono e vogliono promuoverlo. Ma mentre una riunione ad alto livello convocata dalla nuova sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si prepara a discutere lo Stato di Diritto, è poco probabile che gli Stati concordino su cosa significhi realmente questo termine.

Buonisti e democratici cercano di convincere i dittatori a consolidare lo stato di diritto, mentre i regimi dittatoriali sono più che felici di riferirsi allo “stato di diritto” (rule of law) quando reprimono il dissenso nel loro paese. Governi di ogni tipo si appoggiano alle argomentazioni dello stato di diritto nell’arena internazionale.

Con definizioni così divergenti, la conferenza sullo stato di diritto potrebbe finire per essere un forum in cui tutti parlano e usano le stesse parole ma intendono cose molto diverse.

Se questo deve essere un passo significativo verso stati governati più equamente e verso un sistema internazionale basato su norme più affidabili, allora dobbiamo prima accordarci su ciò di cui stiamo parlando – in particolare in questo incontro, affinché divenga una piattaforma importante per i finanziamenti dei donatori.

Presi dal desiderio di promuovere lo stato di diritto, spesso confondiamo tre visioni concorrenti di esso: quella istituzionale, quella procedurale e quella sostanziale.

Lo Stato di Diritto in senso istituzionale è quello più conosciuto. Si occupa principalmente dell’applicazione del diritto e mette in evidenza la sicurezza e le istituzioni ad essa preposte. In effetti, andrebbe chiamarlo “Law and Order” (ordine pubblico) piuttosto che Stato di Diritto.

Lo Stato di Diritto in senso procedurale riflette una concezione formale del concetto e sottolinea la preferenza per le regole sull’arbitrarietà umana. Le norme stesse sono soggette a requisiti formali, progettati per limitare ulteriormente un’applicazione contraddittoria: le leggi devono essere pubbliche; devono essere correttamente emanate dall’autorità competente; non devono essere retroattive; e deve essere possibile rispettarle.

Potremmo chiamarlo “rule by law” (governo della legge), che comprende il principio acclamato secondo cui “nessuno è al di sopra della legge”. Così come il concetto di “ordine pubblico”, anche quello del “governo della legge” (rule by law) ha un certo fascino. Trasmette un senso di giustizia e di protezione dall’esercizio volubile del potere. Tuttavia non dice nulla sul contenuto del diritto, essendo interessato solo alla forma.

Entrambi i concetti non sono all’altezza di ciò che la moderna concezione dello Stato di Diritto dovrebbe offrire.

Il vero Stato di Diritto è sostanziale e comprende molti requisiti dei diritti umani. Riflette l’idea di uguaglianza in modo sostanziale: non solo il concetto per cui nessuno è al di sopra della legge, ma anche quello per cui ognuno è uguale davanti alla legge ed ha diritto ad uguale protezione e ad uguale beneficio.

Solo questo concetto di Stato di Diritto è capace di impedire l’applicazione di una legge per regolare l’uso della tortura, ad esempio. Anche se promulgata correttamente ed applicata equamente, una tale legge sarebbe ancora un fallimento ai sensi dei requisiti sostanziali dello Stato di Diritto. Correttamente inteso in questo modo, lo Stato di Diritto proibirebbe anche l’emanazione di una legge che privi le donne del diritto di voto, o che offenda in altro modo le garanzie fondamentali dei diritti umani.

Nella concezione sostanziale dello Stato di Diritto, le regole hanno uno scopo più elevato della mera regolamentazione ordinata della condotta umana; le leggi devono anche rafforzare la libertà, la sicurezza e l’eguaglianza e devono sforzarsi di raggiungere un perfetto equilibrio tra diritto e giustizia.

E’ una bell’impresa sia a livello nazionale che internazionale, ma è quella che corrisponde allo Stato di Diritto. Richiede che le leggi siano giuste e correttamente applicate.

Il sostegno a modelli di “rule by law” e “law and order”, piuttosto che di reale, sostanziale Stato di Diritto, non limita semplicemente l’obiettivo. Corre il rischio di sovvertirne completamente lo scopo.

La solida applicazione di leggi che violano i diritti fondamentali dell’uomo può consolidare gli autoritarismi e persino conferire loro un aspetto di rispettabilità.

Non vi è distorsione peggiore per un concetto giuridico e politico che riveste così tanta importanza per il progresso della libertà individuale e la corretta governance collettiva.

Nel 1848, Henry-Dominique Lacordaire, prete francese e attivista politico, affermava giustamente che: “Tra il forte e il debole, tra il ricco e il povero, tra il padrone e il servo, è la libertà che opprime e la legge che libera”.

Lo scopo del diritto in una società libera e democratica è di liberare, non di opprimere. È creare un ambiente sicuro e giusto in cui la condotta umana è regolata e il potere è limitato in modo che tutti possano godere della massima libertà e sicurezza.

Louise Arbour
già Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite

Leggi l’articolo originale sul sito del New York Times

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