N 62 – 27/1/2020

PRIMO PIANO

La risposta della Cina al coronavirus
Giulio Terzi, Presidente del Global Committee for the Rule of Law “Marco Panenlla”, sottolinea come un reportage di Le Monde del 24 gennaio racconti il panico che ormai dilaga tra popolazione, con una sfiducia e una rabbia crescente contro i dirigenti del Partito Comunista Cinese. Come accadde nel 2003 con il virus della SARS infatti, i dirigenti cinesi hanno mantenuto nascosto per 3 mesi l’entità e i rischi di possibile epidemia.

La città di Wuhan è stata messa in quarantena. Il numero di casi confermati nel Paese si avvicina ai 3000 e 80 morti. La Cina ha bloccato quasi 60 milioni di persone, con restrizioni di viaggio totali o parziali su 15 città. Trenta province hanno attivato il massimo livello di emergenza, con checkpoint nelle strade e screening dei viaggiatori negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie.

A Pechino, il Comitato permanente del Politburo – l’organo supremo del Partito comunista, guidato dal presidente Xi Jinping – ha assunto il controllo diretto della risposta governativa. Il premier Li Keqiang è arrivato a Wuhan oggi stesso per verificare personalmente la situazione negli ospedali della città.

Gli Stati Uniti nominano un Inviato Speciale all’ONU per contrastare la Cina
Il 22 gennaio il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha nominato un nuovo Inviato Speciale con il mandato di fermare la crescente influenza della Cina presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Fino a poco tempo fa, il nuovo inviato, Mark Lambert, la cui nomina non è stata annunciata pubblicamente, era l’inviato degli Stati Uniti per la Corea del Nord. Il nuovo incarico giunge durante una fase di stallo nel tentativo del Presidente Donald Trump di chiudere un accordo con il leader nordcoreano Kim Jong Un per smantellare il suo programma di armi nucleari, e dopo che il principale negoziatore di Trump per la Corea del Nord, Stephen Biegun, è divenuto il nuovo Vice Segretario di Stato.

Le istituzioni multilaterali e la loro leadership devono riflettere i principi di trasparenza, stato di diritto e democrazia in base ai quali sono state create. Mark Lambert è stato assegnato all’Ufficio degli affari dell’organizzazione internazionale come membro di una squadra diversificata di diplomatici professionisti che lavorano per garantire l’integrità delle istituzioni multilaterali. Ciò include la lotta contro le influenze maligne della Repubblica Popolare Cinese e di altri nel sistema delle Nazioni Unite.

Impeachment: il New York Times ha la prova che può inguaiare Trump
Su Il Mattino, grazie a Luca Marfé, le ultime notizie relative alla messa in stato accusa del Presidente Trump: È la settimana decisiva e il New York Times sgancia l’atomica su Senato e impeachment: c’è una deposizione scritta di John Bolton che può inguaiare Donald Trump. Stando alle rivelazioni del quotidiano della Grande Mela, infatti, l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale avrebbe messo nero su bianco un manoscritto che spiegherebbe in maniera dettagliata la relazione pericolosa (criminale?) tra Ucraina, Biden e aiuti militari. Per Bolton, in pratica, Trump avrebbe sì vincolato questi ultimi alle indagini che il governo di Kiev avrebbe dovuto scatenare attorno alla figura del figlio del suo rivale in orbita Casa Bianca 2020. Questo al fine di metterlo all’angolo prima ancora di cominciare la corsa a due. Ora, però, nell’angolo rischia di finirci lui.

Le conversazioni tra Bolton e Trump sembrano essere riportate in modo estremamente accurato e qualora il testo venisse elevato a prova dal Senato, assieme alla possibilità per lo stesso Bolton di depositare un’eventuale testimonianza, il presidente degli Stati Uniti d’America e il suo team di legali avrebbero davvero di che tremare.

Serve una maggioranza semplice, di 51 voti su 100. I repubblicani sono 53. È sufficiente che qualcuno vacilli per aprire un crepaccio dalle conseguenze inimmaginabili, in cui rischia di cadere l’arancione, trascinandosi dietro tutta la destra a stelle e strisce. Per la condanna definitiva servirebbe invece una maggioranza dei due terzi, lontanissima, ma non più impossibile. Il destino del Paese e addirittura il corso della Storia passano attraverso la crepa contro cui punta il dito il New York Times. La parola alla difesa.

A Roma un’iniziativa per il ripristino della democrazia in Venezuela
Il Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella” sarà impegnato questa settimana a Roma a stimolare l’avvio di iniziative parlamentari trasversali sul Venezuela, in occasione della probabile visita dell’Onorevole Mariella Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional, unico organo democratico e legittimo rimasto nella Repubblica caraibica e protagonista, grazie alla leadership di Juan Guaidò, della più forte e credibile azione per la transizione democratica del Venezuela.

Su impulso di Giulio Terzi di Sant’Agata e Andrea Merlo, il Global Committee porterà avanti le istanze dell’urgenza di azioni parlamentari trasversali concrete, quali anzitutto la formazione di un intergruppo di coordinamento e azione tra deputati e senatori di diversi partiti, affinché l’organo legislativo e di indirizzo politico si esprima senza infingimenti e indugi e ponga il governo di fronte alla contraddizione di una posizione ufficiale della Repubblica Italiana che rappresenta, giova ricordalo, un vero mostro giuridico. A tal fine, la formazione di un intergruppo parlamentare trasversale sembra appunto più che opportuno, come auspicato a novembre a Roma da Armando Armas, deputato dell’Asamblea Nacional e membro del Global, nonché iscritto al Partito Radicale.

Il tour internazionale di Juan Guaidò per la democrazia venezuelana
Grande sorpresa ha destato il tour internazionale del presidente ad interim Juan Guaidò, iniziato domenica scorsa con il suo arrivo a Bogotà per prendere parte alla terza Cumbre Americana Contra el Terrorismo, foro multilaterale intergovernativo cui hanno partecipato la maggior parte dei Paesi dell’emisfero americano. Il viaggio è proseguito in Europa, dove il presidente ha effettuato tappe di assoluta rilevanza diplomatica (Londra, Bruxelles, Davos, Parigi,Madrid) e incontrato tutti i più importanti leader politici europei. Il presidente ha avuto modo a Davos di rivolgere un commovente speech alla comunità economica e finanziaria presente, come da tradizione, al forum annuale, offrendo però al contempo un quadro del futuro carico di speranza, ricordando come il Venezuela, una volta libero dalla odiosa dittatura pluriventennale, sarà in grado di riprendersi anche economicamente a tassi di crescita sorprendenti.

Due nei in tutto il viaggio: il mancato incontro con il premier spagnolo, alle prese con gli alleati di governo di Podemos (apertamente e storicamente chavisti e maduristi); la mancata visita in Italia, e il mancato incontro con il Premier Conte, che neppure è stato presente a Davos. Sulla sua assenza, potrebbero pesare proprio ragioni di imbarazzo che avrebbe creato la sua presenza in contemporanea con Guaidò, al quale il governo italiano ancora non ha riconosciuto (unico in Europa assieme alla sola Slovacchia) lo status di presidente legittimo della Repubblica di Venezuela, pur non riconoscendo ufficialmente Maduro come Presidente.

Il tour diplomatico proseguirà in Canada per poi toccare altre probabili mete nell’emisfero americano. Rimaniamo in attesa di sapere se avverrà l’incontro più atteso, e politicamente più rilevante: quello alla Casa Bianca con il Presidente Trump. Pochi giorni ancora e sapremo se Guaidò atterrerà o meno a Washington. Impossibile invece prevedere quali saranno le reazioni del regime di Maduro al ritorno di Guaidò in terra venezuelana.

IRAN E MEDIO ORIENTE

Washington continua ad aumentare le pressioni su Teheran
Il 23 gennaio il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella lista nera delle società colpite dalle sanzioni contro l’Iran quattro società straniere per il presunto supporto e facilitazione delle esportazioni petrolifere dell’Iran. Il Tesoro ha affermato che le quattro imprese, con sede a Hong Kong, Shanghai a Dubai, hanno ordinato il trasferimento di centinaia di milioni di dollari alla National Iranian Oil Co. di proprietà dello Stato iraniano come pagamento per le esportazioni di petrolio.

“E’ solo un altro atto di terrorismo economico degli Stati Uniti contro gli iraniani che non produrrà nessuno dei risultati sperati da chi cerca di paralizzare l’orgogliosa nazione dell’Iran”, ha dichiarato Alireza Miryousefi, portavoce della missione iraniana alle Nazioni Unite. Le quattro società colpite dalle sanzioni americane sono la Triliance Petrochemical Co., con sede a Hong Kong, che agisce da broker tramite alcune filiali in Iran, Emirati Arabi Uniti e Germania; la Sage Energy HK Ltd con sede a Hong Kong; la Peakview Industry Co., con sede a Shanghai; e la Beneathco DMCC con sede a Dubai.

L’Iran assente al World Economic Forum di Davos
Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif non è stato al forum di Davos di quest’anno, anche se Teheran è stato un argomento caldo per molte potenze occidentali e mediorientali che speravano in una distensione nelle relazioni a meno di tre settimane dall’uccisione del Generale Suleimani. Zarif, solitamente presente al World Economic Forum, ha cancellato la sua partecipazione senza che il suo Ministero fornisse ragioni specifiche.

Al forum, il presidente iracheno Barham Salih ha dichiarato di avere avuto una conversazione produttiva sull’Iran con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha comunque commentato poco l’argomento. Anche da parte saudita, il Ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha detto che il regno è pronto a dialogare con Teheran e che “molti Paesi” si sono offerti di mediare.

La Germania vuole mantenere l’accordo nucleare con l’Iran
La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha messo in guardia contro la fine prematura di un accordo nucleare internazionale con l’Iran, affermando che sarebbe sbagliato abbandonare un accordo “imperfetto” per sostituirlo con niente di meglio. Parlando al World Economic Forum di Davos, la Merkel ha anche affermato che l’Europa ha interesse a prevenire l’escalation dei conflitti in Libia, dal momento che ciò potrebbe scatenare un’ondata di rifugiati come accaduto con la guerra civile in Siria.

Esportazioni turche in Iran in netto calo
Ruhsar Pekcan, Ministro del Commercio turco, ha dichiarato il 22 gennaio che le sanzioni contro l’Iran, uno dei principali partner commerciali della Turchia, hanno influenzato in modo significativo le esportazioni della Turchia in Iran. Tuttavia, le esportazioni totali turche nel 2019 sono cresciute di oltre il 2% rispetto all’anno precedente. Parlando con l’emittente turca BloombergHT, a margine del Forum economico mondiale a Davos, il Ministro Peckan ha dichiarato che si è verificato comunque un calo nelle esportazioni, del valore di circa 1,5 miliardi di dollari, causato dall’embargo imposto all’Iran.

Il Libano necessita di prestiti per acquistare grano, carburante e medicine
Ghazi Wazni, il nuovo Ministro delle Finanze libanese, ha dichiarato che Beirut chiederà 4-5 miliardi di dollari ai donatori internazionali per finanziare gli acquisti di grano, carburante e medicine. Non è ancora chiaro come Wazni abbia intenzione di garantire questi prestiti. I donatori internazionali hanno già respinto le precedenti richieste di aiuto finanziario, condizionandole all’attuazione di profonde riforme economiche.

Primo Ministro Diab: “il nuovo governo di fronte alla catastrofe”
Il 23 gennaio il Primo Ministro libanese Hassan Diab ha detto che il Paese si trova di fronte a una “catastrofe”, dopo la prima riunione del suo gabinetto appena insediatosi. All’ordine del giorno i problemi legati alle proteste che hanno ingolfato il Libano e al difficilissimo tentativo di salvare l’economia nazionale in rovina. Diab ha dichiarato: “Oggi siamo entrati in un vicolo cieco finanziario, economico e sociale” e ha affermato che il suo governo non sostituirà l’attuale governatore della banca centrale e che attuerà un nuovo programma di riforme finanziarie.

Pompeo: “Non so se lavoreremo con il nuovo governo libanese”
Alla domanda se gli Stati Uniti collaboreranno con il nuovo governo del Libano, visti i legami profondi con Hezbollah, il Segretario di Stato Mike Pompeo americano ha risposto in maniera interlocutoria: “Vedremo. Non ho ancora una risposta”, ha detto. Pompeo ha affermato che Washington prenderà impegni con un nuovo governo solo se verranno attuate alcune riforme. “Le proteste indicano chiaramente la volontà di avere un governo non corrotto che risponda alle richieste del popolo libanese. Se a queste il governo risponderà, lo sosterremo” ha detto Pompeo.

In Yemen è iniziata la battaglia delle banconote vecchie e nuove
Le due parti belligeranti della guerra in Yemen hanno aperto un nuovo fronte nel conflitto di ormai cinque anni: stavolta lo scontro è tra vecchie e nuove banconote. Uno scontro che potrebbe creare due economie nello stesso Stato. A partire dalla mezzanotte del 18 gennaio, il movimento Houthi che controlla la capitale Sanaa, ha messo al bando l’uso e il possesso delle nuove banconote, il riyal, emesse dai rivali del governo riconosciuto dalla comunità internazionale che ha ora sede nella città portuale meridionale di Aden. Gli Houthi, alleati dell’Iran, che vogliono costringere la popolazione ad utilizzare solo le vecchie banconote, hanno spiegato che il divieto di utilizzare le nuove è una misura presa contro l’inflazione causata da un’improvvisa e smisurata stampa di denaro da parte del governo.

FOTO DELLA SETTIMANA
Oświęcim, 27 gennaio 2020: L’entrata del campo di sterminio nazista di Auschwitz in Polonia nel 75° anniversario della sua liberazione

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