N 74 – 28/4/2020

FOTO DELLA SETTIMANA – Hong Kong, 24 aprile 2020: alcune decine di persone manifestano a distanza in un centro commerciale per denunciare gli arresti di figure democratiche di spicco

 

PRIMO PIANO

L’Amb. Giulio Terzi ospite al TG2 Post sul coronavirus
Il 24 aprile lo speciale del TG2 Post, dedicato alla pandemia Covid19 e al ruolo giocato dalla Cina, ha visto la partecipazione dell’Amb. Giulio Terzi, il direttore di Limes Lucio Caracciolo e il direttore del TG2 Gennaro Sangiuliano. L’Amb. Terzi, presidente del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, dopo aver evidenziato le censure e i ritardi nel segnalare la comparsa di una nuova polmonite atipica da parte delle autorità cinesi e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a sua volta influenzata dallo potere cinese, ha illustrato la proposta di un’indagine indipendente internazionale sullo scoppio della pandemia. Qui il video della trasmissione.

Hong Kong e Taiwan di fronte alla crescente minaccia cinese
Proponiamo la versione in italiano di un articolo, pubblicato il 24 aprile da The Hill, di Jianli Yang, membro onorario del Global Committee for the Rule of Law “Marco Pannella”, fondatore e presidente di Citizen Power Initiatives for China e Aaron Rhodes, presidente del Forum for Religious Freedom-Europe e autore di “The Debasement of Human Rights”.

Il 18 aprile Pechino ha intensificato la repressione a Hong Kong arrestando 14 attivisti democratici di alto profilo con l’accusa di “assemblea illegale”. Tra gli arrestati vi sono l’82enne Martin Lee Chu-ming, considerato il “nonno della democrazia” a Hong Kong, e l’imprenditore dei media Jimmy Lai, proprietario del più grande quotidiano pro-democrazia, Apple Daily.

Questi arresti sono un classico esempio di opportunismo da parte del Partito Comunista Cinese (PCC). Evidentemente il regime di Xi Jinping ha fatto alcune considerazioni:

– La pandemia è una distrazione, e quindi un’opportunità, per uno attacco preventivo contro l’opposizione che si ritroverà indebolita in vista delle possibili manifestazioni che presumibilmente saranno organizzate intorno al 9 giugno, primo anniversario delle proteste contro le leggi sull’estradizione di Hong Kong.

– Gli Stati Uniti, il Regno Unito e altre potenze democratiche, consumate dai problemi interni, non sono in grado di reagire efficacemente, e non vanno oltre la condanna degli arresti. Probabilmente il PCC non dovrà fare altro che sostenere solo a parole qualche principio astratto.

– Con la crisi finanziaria globale causata dalla pandemia, viene meno l’economia di Hong Kong come ragione di moderazione rispetto a quando le proteste erano al culmine e le voci occidentali erano più forti. Dato il massiccio calo delle esportazioni cinesi, lo status commerciale speciale di Hong Kong diventa secondario.

– La paura del virus e le restrizioni severe applicate dalla polizia impediranno ogni manifestazione su larga scala e protestare contro la repressione è assai improbabile. Tuttavia, man mano che il virus viene gradualmente controllato, questa finestra di opportunità si chiude.

La prepotente urgenza del diritto alla conoscenza
Mai come oggi è evidente quanto la mancanza di un diritto politico e civile alla conoscenza abbia un impatto diretto e devastante sulla vita di ciascuno di noi. Dal piano segreto del Governo italiano di gennaio – secretato per non indurre il popolo al panico, con la conseguenza di aver poi dovuto imporre gli arresti domiciliari di massa a tutti – e la sospensione dell’accesso alle informazioni, alla propaganda a favore del Partito Comunista Cinese (PCC) sparata quotidianamente dagli organi di stampa di massa, facendo un baffo alle fake news che gli stessi organi cinesi mettono in giro sui social.

Fenomeni certamente non esclusivamente italiani. La macchina di propaganda cinese è attiva in tutto il continente europeo, grazie al lavoro lungimirante del PCC nella cooptazione e coercizione degli organi politici e di stampa. Solo la settimana scorsa la BBC ha fatto un servizio che ci ricorda fin troppo la storiella degli “aiuti cinesi” in Italia, quando ha dipinto l’arrivo in Scozia di 11 milioni di mascherine e 100.000 tamponi della Repubblica Popolare Cinese (RPC) come doni, non facendo menzione alcuna né del fatto che si trattasse di acquisti, né degli ormai innumerevoli ritiri dei prodotti sanitari scadenti importati dalla Cina da parte dalla maggioranza dei Paesi alleati. C’è anche la Commissione europea che, ligia nel combattere le fake news, si auto-censura rispetto all’offensiva cinese per “paura di ritorsioni nella fornitura di materiali sanitari di prima necessità”.

“Come la Cina vede il mondo” del tenente generale McMaster
Proponiamo un estratto in italiano del libro “Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World” (Campi di battaglia: la lotta per difendere il mondo libero), di H. R. McMaster, in uscita il 19 maggio 2020, edito da Harper, che verrà pubblicato nella edizione stampata di The Atlantic nel maggio 2020, sotto il titolo “What China Wants” e disponibile in inglese a questa pagina.

H. R. McMaster è un tenente generale in pensione dell’esercito degli Stati Uniti, ed ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Ha scritto Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World e Dereliction of Duty: Lyndon Johnson, Robert McNamara, the Joint Chiefs of Staff, and the Lies That Led to Vietnam.

L’8 novembre 2017, l’Air Force One atterrò a Pechino, segnando l’inizio di una visita di stato ospitata dal Presidente della Repubblica popolare cinese e del Partito comunista, Xi Jinping. Dal mio primo giorno di lavoro come consigliere per la sicurezza nazionale del Presidente Donald Trump, la Cina era stata una priorità assoluta. Il paese aveva un ruolo di primo piano in quello che il Presidente Barack Obama aveva indicato al suo successore come il più grande problema immediato che la nuova amministrazione avrebbe dovuto affrontare: cosa fare dei programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord. Ma erano emerse anche molte altre domande sulla natura e sul futuro delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, che riflettevano la percezione fondamentalmente diversa che la Cina ha del mondo.

Pieno sostegno a Hong Kong dopo la nuova ondata di arresti
Mai prima una pandemia sanitaria è stata così chiaramente accompagnata, e osiamo persino dire spronata, da una seconda pandemia: quella del virus autoritario. Siamo immersi in una tragedia di scala mondiale, che si è potuta diffondere nel mondo soltanto grazie alle inerenti carenze e debolezze di un regime dittatoriale e sanguinario, preoccupato e impegnato prima di tutto nell’assicurare la propria sopravvivenza e l’espansione del suo modello nel resto del mondo.

Il focolaio di questa seconda pandemia – causa e concausa del COVID19 – in queste ore si trova ancora una volta a Hong Kong, dove da anni, e in modo particolare e ammirevole, decine di migliaia di attivisti e cittadini lottano in modo pacifico non solo per la sopravvivenza del loro sistema di Stato di Diritto, garantitogli dalla Basic Law, ma per lo Stato di Diritto in tutto il mondo.

Diretta streaming su democrazia tra il Sen. Rampi e il deputato tedesco Schwabe
L’emergenza COVID-19 sta cambiando il vocabolario e le priorità della politica nazionale e internazionale, termini come “quarantena”, “distanziamento sociale” o “pandemia” fanno ormai parte di un lessico quotidiano. Resta la necessità di familiarizzare con altri termini altrettanto importanti, quali “unità” e “solidarietà”, propri del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea. Mercoledì 15 aprile 2020, il senatore Roberto Rampi e il deputato del Bundestag Frank Schwabe hanno colto questa opportunità in una diretta streaming su Instagram rassicurando i propri followers sulla continuità dei lavori dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) e del gruppo dei Socialisti, dei Democratici e dei Verdi di cui fanno parte.

Tanti i temi affrontati durante la diretta, dalla gestione della crisi in Germania e in Italia all’urgenza di lavorare insieme per una società post-coronavirus più ecologica ed egualitaria. A tale proposito, si è parlato dei gruppi più vulnerabili quali i rifugiati alle porte dell’Europa – ai quali l’UE deve dimostrare un approccio concreto – e alle vittime della propaganda e della cattiva gestione della pandemia nei Paesi non democratici, quali la Turchia, la Russia e il Kazakistan. Ed è proprio la trasparenza e la tempestività nella comunicazione e nella gestione dell’emergenza sanitaria a cui i Paesi democratici devono attenersi, senza fascinazioni nei confronti del cosiddetto “modello Wuhan”.

Le differenze tra i test Covid19 in Svezia ed altri Paesi europei
Proponiamo un intervento del membro onorario del Comitato Globale per lo Stato di Diritto “Marco Pannella”, Sam Rainsy, presidente ad interim del Cambodia National Rescue Party, principale partito di opposizione cambogiana, pubblicato il 23 aprile sul Brussels Times sui test condotti da vari Paesi sul nuovo coronavirus.

L’approccio della Svezia alla pandemia di coronavirus è stato insolito. Il Paese ha evitato l’isolamento; scuole e ristoranti sono rimasti aperti. La densità di popolazione molto più bassa rispetto ai Paesi dell’Europa continentale rende il distanziamento sociale più praticabile ed è quindi più semplice evitare l’isolamento.

Il sistema politico svedese, in cui l’autonomia delle agenzie governative è sancita dalla Costituzione, ha consentito tale approccio. E’ l’Agenzia pubblica per la sanità, piuttosto che i politici, a decidere cosa fare. Il livello di fiducia della popolazione in questo sistema depoliticizzato è estremamente elevato.

Il Paese sta concentrando i suoi test per il coronavirus su persone con un ruolo essenziale per la società, come polizia, vigili del fuoco e chi lavora in case di cura per anziani. Il 17 aprile, il Primo Ministro Stefan Löfven ha dichiarato che il Paese intende aumentare ulteriormente il livello dei test, portandoli da 50.000 a 100.000 alla settimana, e focalizzandosi su chi di recente ha avuto sintomi da COVID-19. Da tali sintomi è possibile dedurre che le persone in questione hanno contratto il COVID-19, sono guarite e ora sono immunizzate, quindi non riprenderanno più la malattia.

IRAN E MEDIO ORIENTE

La Corte Suprema israeliana vieta la raccolta di dati
La Corte Suprema israeliana ha vietato alla sua agenzia di intelligence (Shin Bet) di rintracciare la posizione del telefono di coloro che sono stati infettati da Covid-19. Il divieto è valido fino a quando non saranno approvate nuove leggi in tal senso. Lo Shin Bet aveva ottenuto il via libera di utilizzare la tecnologia dopo la dichiarazione dello stato di emergenza a marzo. La Corte ha deciso che occorre una nuova legislazione se la tracciabilità deve proseguire oltre il 30 aprile, sottolineando il pericolo di finire in un “terreno scivoloso” in cui si rischia che “strumenti straordinari e dannosi” vengano impiegati contro cittadini innocenti.

“La scelta dello stato di utilizzare il suo servizio di sicurezza preventiva per monitorare coloro che non lo desiderano, senza il loro consenso, è un grande problema e deve essere trovata un’alternativa adeguata”, ha affermato la corte. Qualora venissero introdotte leggi per il tracciamento, queste devono includere una disposizione in base alla quale i giornalisti contagiati possono chiedere un’esenzione, al fine di proteggere le loro fonti.

La decisione pone fine alla geolocalizzazione del telefono utilizzando i poteri di emergenza decisi dall’esecutivo senza l’approvazione parlamentare. L’Associazione per i diritti civili in Israele, uno dei gruppi che hanno portato il caso in tribunale, ha accolto con favore la decisione, dicendo: “Israele non deve essere l’unica democrazia che utilizza i servizi segreti per monitorare i suoi cittadini, anche nella lotta contro il coronavirus.”

Il Ministro dell’Energia, Yuval Steinitz, si è detto preoccupato per la decisione della Corte perché l’uso della tecnologia ha contribuito alla lotta alla malattia. Israele ha registrato poco più di 200 morti e circa 15.000 contagi da coronavirus.

Gli Stati Uniti vogliono prolungare l’embargo sull’esportazione di armi in Iran
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo sta preparando una azione legale secondo cui gli Stati Uniti continuano ad essere una delle parti contraenti dell’accordo sul nucleare iraniano dal quale il Presidente Trump era uscito, per fare pressione sul Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché prolungasse un embargo sulle armi a Teheran, pena l’applicazione di sanzioni economiche ancora più severe sul Paese.

L’amministrazione statunitense ha iniziato a far circolare una nuova bozza di risoluzione in seno al Consiglio di Sicurezza ONU che vieterebbe l’esportazione di armi convenzionali in Iran una volta scaduto l’attuale divieto previsto il 18 ottobre. Qualsiasi tentativo di rinnovare l’embargo sarà quasi certamente contrastato dalla Russia e, pubblicamente o silenziosamente, dalla Cina. I russi hanno già reso noto di voler riprendere immediatamente la vendita di armi convenzionali in Iran.

Nel tentativo di forzare la questione, Pompeo ha approvato un piano, che sarà probabilmente osteggiato da molti europei, in base al quale gli Stati Uniti dichiarano di rimanere legalmente uno “Stato partecipante” all’accordo nucleare al solo scopo di ripristinare le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran già in vigore prima dell’accordo. Se l’embargo sulle armi non viene rinnovato, gli Stati Uniti eserciterebbero tale diritto come membro originale dell’accordo. Tale passaggio costringerebbe a ripristinare la vasta gamma di sanzioni che vietavano la vendita di petrolio e bloccavano gli accordi bancari prima dell’adozione dell’accordo nel 2015. L’applicazione delle sanzioni più vecchie sarebbe vincolante per tutti i membri delle Nazioni Unite.

4 combattenti filo-iraniani e 3 civili uccisi in uno scambio di fuoco con Israele
Secondo l’osservatorio di guerra dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, quattro combattenti filo-iraniani e tre civili siriani sono stati uccisi la mattina di lunedì 17 aprile in un attacco aereo attribuito a Israele sul campo di aviazione militare di Mezzeh, fuori Damasco.

Secondo i siriani sono state colpite le case nelle comunità di al-Hujaira e al-Adliya fuori Damasco. Gerusalemme non ha confermato né smentito, tuttavia, l’attacco è avvenuto il giorno dopo che il Ministro della Difesa Naftali Bennett aveva lasciato intendere che le forze di difesa israeliane erano in procinto di agire in Siria.

Il taglio dei finanziamenti all’OMS minaccia l’80% dei servizi sanitari in Yemen
Benché lo Yemen sia ancora a rischio diffusione COVID-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sospenderà probabilmente circa l’80% dei servizi sanitari nel Paese devastato dalla guerra da cinque anni. Lo ha reso noto il 27 aprile la coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite per Yemen Lise Grande.

Il rischio è connesso con il taglio dell’importante fetta di finanziamento che gli Stati Uniti hanno sospeso dal mese scorso a causa degli abusi compiuti dai ribelli Houthi che impediscono alla popolazione, soprattutto nel nord del Paese, di beneficiare degli aiuti umanitari.

“Stiamo affrontando una crisi dei finanziamenti di proporzioni gigantesche”, ha dichiarato Grande in una riunione online organizzata dal Center for Strategic and International Studies. Grande ha anche detto che “i donatori hanno perso la fiducia. Le autorità, in particolare nel nord dello Yemen, hanno riconosciuto che esiste un problema. Lo riconoscono e hanno iniziato a prendere provvedimenti perché qualcosa cambi”, e ha sottolineato che è necessario fare di più per garantire che gli operatori umanitari possano svolgere il proprio lavoro senza ostacoli.

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